MARIA BORGESE.

12 donne e 2 cani. Novelle.
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1935. I.T.E., Milano. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice delle novelle.
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Emilia si sposa.
Si cerca una serva.
La pelliccia.
Partire.	
Il poeta.
Il ritratto senza testa.
Mattutino.
Due cani.
Una lettera gialla.
Diomira.
Buon viaggio.
Colui.
Sterpaccio.
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Fine Indice.
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Alla mia terza figliuola: MARIA SOFIA BORGESE CEDERNA.
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Emilia si sposa.
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Quando Paola si sent proprio morire, dopo sei mesi d'infermit, chiam la sorella Emilia e le disse:
- Se vuoi che me ne vada tranquilla mi devi promettere che sposerai Michele.
Emilia si chin sulla malata portando la mano all'orecchio per capire meglio perch era un po' sorda e Paola parlava con un filo di voce.
- Sposare Michele? - chiese stupefatta.
- S, l'ho gi detto anche a lui; mi dovete dare questa consolazione.
Emilia voleva dire qualcosa, ma la malata non le dette tempo; alz la mano per farle cenno di tacere e continu:
- So, so quello che mi vorresti dire, lo so bene: che ti vuoi far monaca, che hai ventiquattr'anni, e che Michele ne ha quasi cinquanta, che tu non lo ami, anzi ne hai soggezione.  di poche parole, burbero, ma con un cuore grande cos; davvero, te lo posso dire in coscienza. Lavoratore poi!  senza vizi; alla famiglia non fa mancare nulla, e di pretese ne ha poche. La domenica mattina la biancheria pulita e il vestito smacchiato e tutti i giorni che Dio mette in terra, a mezzogiorno e un quarto e alle sette e un quarto, la minestra in tavola. Su questo non transige. Vuole anche che i ragazzi siano puliti e in ordine e che le calze non abbiano le nocciuole, come dice lui, cio le vuole rammendate bene. Ed  tutto qui.
Anche io, quando lo sposai, non ero certo innamorata. Poi, gli ho voluto bene, e ora mi dispiace a lasciarlo, povero Michele. Dopo tutto, il matrimonio  una cosa e l'amore  un'altra. Ma questo, tu non lo puoi capire.
Infatti Emilia non poteva capire, un po' perch era poco intelligente, un po' perch si voleva far monaca. Non aveva mai fatto all'amore, non ci aveva mai pensato.
I fratelli e le sorelle, quand'era bambina, la chiamavano "muso di patata", perch era sempre pallida. Lei lo sapeva d'essere brutta, con quella bocca che quando rideva arrivava alle orecchie e il naso appuntito. Gli occhi e i capelli scuri erano molto belli. La solita consolazione delle donne brutte.
Paola riprese a parlare come se avesse fretta:
- Ci sono Alfredo e Abelardo, capisci? Io muoio, s, s.  inutile che tu mi voglia ingannare, - disse al tentativo di protesta dell'Emilia - ce n'ho per poco, e i miei ragionamenti li ho fatti tutti. In che mani capiteranno questi poveri orfani? Tu sei la mia sorella, li hai visti nascere, ti vogliono bene... Vedi? Al pensiero che abbiano per matrigna una che me li maltratti, non ho pace; non avrei pace nemmeno in Paradiso, se Ges mi ci vorr. Tu farai pi bene se resti a far da mamma ad Alfredo e ad Abelardo, piuttosto che chiuderti in convento con quelle teste fasciate. Te lo volevo dire da tanto tempo, da quando ho capito che per me  finita, ma non avevo mai trovato il momento buono.
Emilia piangeva in silenzio per Paola che doveva morire, per Alfredo e Abelardo che sarebbero restati senza mamma, per s che avrebbe dovuto sposare Michele.
Sul comodino, accanto al bicchiere dell'acqua panata d'un colore indefinibile c'era un "santino" con un agnello e una croce.
Si ricord di un agnellino vero, bianco con un orecchio color tabacco, e con le zampe legate, buttato sotto un portico come un mucchietto di stracci. Lei era piccola e tornava da scuola; si era fermata ad accarezzarlo e la bestiola s'era messa a belare guardandola con certi occhi pietosi che proprio parevano umani.
Poi, era venuto il garzone del macellaro, e con un coltello che aveva brillato un istante gli aveva tagliato la gola.
Dio! Che orrore!
Era corsa a casa piangendo con grandi urli e tutti i pigionali s'erano affacciati sulla scala per vedere cosa era successo. La notte, le era venuta la febbre.
Paola, con le mani scarne e sudaticce, stringeva ora quelle di Emilia che capiva di non potere scappare alla sorte.
- E allora che mi dici? - insisteva la Paola. - E allora che mi dici?
Anche lei aveva gli occhi pietosi come quelli dell'agnello sgozzato. Non bisognava farla morire con quell'ansia nelle pupille. E l'Emilia, abbassando la testa, disse di s.
 Si cerca una serva
Il convento era fra una modesta bottega di fioraio e la caserma dei carabinieri nella lunga strada, met assolata, met nell'ombra. A ciascuno dei tre piani c'erano quattro finestre con le persiane tinte di marrone e quelle a terreno avevano una grata di ferro. Il portoncino pure marrone, era segnato col numero quarantaquattro, proprio come una casa qualunque.
La signora suon il campanello che rispose molto vicino, ma come se fosse un po' ovattato, e subito la porta s'apr, tirata dall'interno da una mano invisibile. Il piccolo atrio bianco era sbarrato da un cancello di lamiera verniciata di grigio; una grossa chiave introdotta nella serratura stridette, e questo rumore fece sorridere la signora che pens a quelle scene di teatro, quando c' il carceriere feroce che d quegli inverosimili giri di chiave che fanno ridere il pubblico.
Suor Lorenza apparve nello spiraglio fra il cancello e il muro, alta e forte nella veste nera. Aveva il volto rotondo e pallido, illuminato dagli occhi ridenti in una raggera di piccole rughe.
- Oh! Una signorina - disse sorpresa. - Credevo che fosse uno dei poveri a prendere la minestra. Desidera?
- Vorrei parlare con Suor Elena.
- La conosce Suor Elena?
- No, non mi conosce, per sa che sarei venuta oggi. Le ha parlato di me mia suocera, la signora De-Rosa.
- Ah! la signora De-Rosa! Una benefattrice, una santa donna! E lei sarebbe la nuora. Tanto, tanto piacere! - Spalanc il cancello. - Credevo fosse una signorina. Passi, s'accomodi, prego. - La introdusse nel parlatorio. - Forse dovr aspettare. Non le dispiace di aspettare un poco? Suor Elena  occupata ora, e non si pu chiamarla. Ma l'avviser appena posso. Suor Lorenza fece un leggero saluto con la testa mentre varcava la soglia andandosene, con l'allegro tintinno delle chiavi e del rosario.
In lontananza si udivano voci gioiose di bimbi in ricreazione, forse in un cortile che doveva essere in fondo al corridoio scuro.
Ci volle un po' di tempo prima che Laura potesse distinguere bene la stanza nei suoi particolari.
C'era, assai alta, una finestra sprangata con sotto tre scalini di legno, ma se anche vi fosse montata, Laura, cos piccoletta, non sarebbe riuscita a vedere di fuori. Si sedette su uno dei divani messi alle pareti opposte, duri, dalla spalliera altissima coperta di stoffa verde stinta, con appuntate certe striscie formate di stelle all'uncinetto. Di fronte ai divani, c'era una tavola ovale con sopra, in un piatto, un vaso di coccio dove un'asparagite cresceva lunga e stenta. Scendeva dal soffitto la lampada elettrica circondata da un volantino di carta verde, stinto anche quello come i divani.
Alle pareti, il ritratto del papa e un'immagine di un Ges troppo bello dalla bocca carnosa, che reggeva nelle mani lunghissime il cuore enorme, trafitto. In un angolo, dentro una cornicina nera, avevano messo un foglio stampato, ingiallito, col regolamento del convento.
Ogni tanto il campanello suonava, allora Suor Lorenza entrava in parlatorio, prendeva da un armadio a muro una ramaiolata di minestra e tornava nell'ingresso; la si sentiva scambiare qualche parola con un povero che mangiava, poi, rientrando, riponeva la scodella vuota nell'armadio. Ora Laura ne vedeva, non veduta, uno che era entrato, appoggiandosi curvo su due bastoni.
Non era troppo vecchio, magro, con un ciuffo di capelli grigi arruffati, il naso grifagno, gli occhi neri, mobilissimi e lustri.
- Ho bisogno di una camicia da notte, - disse con voce cupa e risoluta.
- Non ne abbiamo, andate, - gli rispose Suor Lorenza.
- Ah! no! - rispose l'uomo - non me ne vado. - E si sedette sul primo gradino della scala che conduceva al piano di sopra, posandosi ai lati i bastoni. - Non me ne vado, - ripet. Suor Lorenza, l'afferr per una manica e disse rapida:
- Andate subito o vi faccio mandar via. I carabinieri sono qui accanto, non devo andare nemmeno lontana.
L'uomo sbrait senza muoversi:
- Ho bisogno di una camicia da notte per cambiarmi questa. Ci levo il colletto e ci metto uno sbrendolo per fare la cravatta. Star benone. Come? Voi monache non mi date una camicia da notte? Guardate come sono rivestito! Le scarpe, me le ha date un signore e i pantaloni un ebreo. Un ebreo mi ha dato i pantaloni, e voi non mi volete dare una camicia da notte?
- Oh! Ges mio caro! - sospir Suor Lorenza. - Andate, andate; avete bevuto troppo.
- E il panciotto? - continu imperterrito l'uomo. - Non avete veduto il panciotto? - Si sbotton. - Guardate che fodera!
Era una fodera di seta bianca a righe turchine, pulitissima.
- E un ebreo mi ha dato i pantaloni, e voi monache non mi date una camicia da notte? - insisteva alzando la voce.
- Ve ne andate o no? - disse risentita Suor Lorenza, e aggiunse in tono conciliativo cercando di prenderlo per le buone: - Tornate domani.
- Non me ne vado, non me ne vado, voglio una camicia da notte.
- Tornate, domani, o chiamo i carabinieri.
- I carabinieri? Avete detto i carabinieri? Ma, non vi ho rubato il portafogli io! Senti! Senti! Vuol chiamare i carabinieri!
Guard torvo in giro, alzandosi a stento, barcollando. Un bastone gli scivol di mano. Suor Lorenza lo raccolse, e senza parere spingeva l'uomo verso l'uscio.
- Quando devo venire a prenderla la camicia da notte?
- Domani, buon uomo, domani.
- A che ora? Alle nove?
- S, alle nove, andate.
Era riuscita a metterlo fuori, a richiudere la porta.
- Sia ringraziato Iddio - disse con un sospiro - finalmente se n' andato!
* * *
Ora c'era un gran silenzio, e la De-Rosa, cominciava ad annoiarsi. Tir fuori dalla borsetta lo scatolino della cipria, si guard nello specchio con tutto agio, passandosi sul volto il piumino con tocchi sapienti. Suo marito, non voleva che si desse la cipria, e lei lo faceva di nascosto, quando n lui n la suocera la vedevano.
Una volta, per ferragosto, il marito l'aveva condotta in montagna in un bell'albergo dove la giovent si divertiva a fare i quattro salti con un'orchestrina ridotta, ma a Laura non fu permesso di ballare.
- Ah! Se almeno mi facesse fare un giro, un giro solo, come sarei contenta! Ma che! lui da quell'orecchio, non ci sente - confid a una signorina di conoscenza. E poich erano vicine alla porta d'ingresso nella sala dove si ballava, e il marito stava in un angolo, a fare la partita con un signore grasso, Laura disse alla signorina:
- La prego, si metta qui davanti alla porta, e mi pari, intanto che mi do un po' di cipria, cos mio marito non mi vede.
La signorina era stata compiacente ma le aveva consigliato con la voce dura:
- Si ribelli, dia retta a me, si ribelli! Non siamo mica schiave sa? E si tagli i capelli. Sono una meraviglia cos bei lucidi e ondulati, ma con quella crocchia proprio non va...
Lo sapeva anche Laura che non andava quella crocchia, e tante altre cose non andavano! Sua madre rimasta vedova con una discreta pensione, era stata proprio egoista a sbarazzarsi di lei facendola sposare a quel farmacista calvo e occhialuto, sempre occupato fra i barattoli, le bilancine, i mortai.
-  gente che sta bene - le aveva detto la madre. - Che pretendi? Sei bellina, ma senza dote. Chi vuoi che ti pigli al giorno d'oggi?
Ed era entrata nella vecchia casa sopra la farmacia, con la suocera, regina assoluta e dispotica e una serva quarantenne che c'era da vent'anni e che i vicini, con sorrisetti ambigui, chiamavano la serva padrona. Ma dopo che il farmacista s'era sposato, la serva Pasquetta era divenuta bisbetica e insolente pi del solito e ogni poco minacciava d'andarsene.
Una volta, per un'osservazione, Laura si era sentita rispondere:
- Dovrebbe ringraziare Iddio e stare zitta, una che  entrata in casa senza un soldo!
Che furore! A ripensarci, sentiva ancora le fiamme montarle alla faccia!
La suocera, sempre col sorriso melato, non la lasciava quasi mai uscir sola e la vita procedeva monotona, opprimente.
Il marito saliva alle dodici e dieci per la colazione e alle otto e dieci per il pranzo. La sera, madre e figlio facevano una scopa mentre Laura leggiucchiava il giornale e ratteneva gli sbadigli. Alle dieci e un quarto la Pasquetta serviva il poncino amabile e dopo si andava a letto.
Il venerd, fino dalla mattina, si spalancavano le finestre del salotto buono; una grande stanza in stile ottocentoottanta, con la consolle carica di gingilli fra cui spiccavano una fetta di cocomero grande al vero in alabastro tinto e tre uccellini imbalsamati su un minuscolo alberello. La suocera riceveva le amiche, vecchie zitelle, signore coi mariti pensionati che facevano dei complimenti alla sposina e le chiedevano, strizzando l'occhio, se non ci fosse nulla di nuovo, mentre lei diventava rossa, dicendo di no. Allora si offriva il rosolio di menta o di limone, fabbricato in farmacia, coi biscottini croccanti, specialit della Pasquetta.
Gli altri giorni, quando non si usciva per commissioni, o per visite, si stava sempre nella stanza da pranzo dove c'era il tavolino da lavoro sotto la finestra. La suocera sferruzzava, la Pasquetta rammendava la biancheria, raccontando i pettegolezzi del vicinato. Laura faceva dei ricami interminabili.
Alle quattro si diceva il rosario. Ogni tanto la vecchia o Pasquetta rivolgevano qualche parola a Ciccoletto, il pappagallo verde spennacchiato che, sul trespolo, faceva delle risate secche come suoni di nacchere e diceva: "Cara padrona" oppure "porca miseria" o anche "viva l'Italia", schiacciando semi di girasole.
La domenica, suocera e nuora andavano alla messa di mezzogiorno e nel pomeriggio, Laura e il marito uscivano a fare la passeggiata fino al centro, con la sosta al bar per bere l'americano prima di pranzo.
Ma che faceva Suor Elena? Laura guard l'orologino al polso. Era quasi mezz'ora che aspettava. Sarebbe stato cos bello, invece che rimanere l a quell'uggia, tornarsene a casa a piedi per la strada pi lunga, fermarsi davanti alle belle vetrine, andare a mangiare le buone paste da un dolciere di lusso, comprare qualcosa non necessaria, ma cos per il piacere di acquistare il superfluo. Le capitava tanto di rado di uscire sola!
La Pasquetta s'era licenziata di nuovo, e questa volta le insistenze dei padroni per trattenerla erano state troppo fiacche perch lo sdegno della serva non divenisse furore. La suocera aspettava un'amica quel giorno, e pur troppo non potendo muoversi, fu costretta a mandare la nuora al convento dove si tenevano a pensione ragazze disoccupate.
- Fai le cose con la testa a posto - le aveva detto - mi raccomando. - Suor Elena dice bene di una ragazza, ma tu stai attenta. Interrogala, cerca di capirla. Pare che sia onesta. Ma chi si fida?
E Laura era venuta in cerca della domestica.
Una bimba coi capellucci neri tagliati a zazzera, era entrata piano piano: aveva il grembiule di bordato a quadretti bianchi e turchini: sembrava intimidita dalla presenza di quella signora e la guardava di sotto in su.
Laura s'era tolta dal collo la volpe, un bel bestione rossastro crociato di scuro e l'aveva appoggiata sul tavolino. La testa era penzoloni e dondolava. La signora si rivolse alla bambina:
- Come ti chiami? Vieni qui.
La bimba non si mosse, guardinga, non levando gli occhi dalla volpe.
- Quella - disse accennando col ditino la bestia - mi morde.
La signora la rassicurava, la invitava ad avvicinarsi.
- Non morde, cara.  morta, vedi? - Prese in mano la testa della volpe ripetendo:
-  morta, non pu mordere.
- S,  morta - replic la piccola convinta e timorosa - ma io dico che morde lo stesso.
Suor Lorenza entr, si rivolse alla bimba:
- Che fai qui? Suor Giulia ti cerca.
- Guardavo la bestia che morde.
- No che non morde, grullina. Vai vai da Suor Giulia a farti dare la merenda e saluta la signora.
Ma la piccola se ne and senza voltarsi indietro trotterellando per il corridoio scuro.
- Tengono dei bambini loro? - domand Laura.
- Veramente i bambini li teniamo fino alle quattro. Questa per sta sempre qui. Sua madre... (ebbe un momento di esitazione, chi sa cosa voleva dire, poi si riprese): Sua madre  a lavorare e la bambina, l'alleviamo noi.
Arriv Suor Elena finalmente, e al medesimo istante si precipit in parlatorio la suocera. Era altissima, magra, con un viso da cavallo e certi cernecchi grigi che le spuntavano di sotto a un cappellino pretensioso messo di sghimbescio.
- Ho potuto liberarmi subito e sono corsa. Quattro occhi vedono pi di due. Ma come? Non hai parlato ancora con questa donna? - Si rivolse alla nuora: - O che hai fatto tutto questo tempo?
Suor Elena si scusava spiegando che non era potuta venire prima.
- Ora - disse - faccio scendere la ragazza.
Laura osservava intanto la suocera che aveva rinnovato un abito di panno turchino scuro con dei galloni d'oro al collo e alle maniche e le venne da ridere, perch le pareva che rassomigliasse a un vecchio generale.
La serva entr. Era piccolina, incipriata, con un soprabito biondo e un cappello di feltro color vino.
La suocera la squadr con l'occhialetto:
- Come ti chiami?
- Lisa, Lisa Berti, sono d'Arezzo, ho trent'anni.
Parlava adagio, e dette le sue generalit, come una che  abituata a questi interrogatori.
- E ti chiami Elisa, hai detto?
- Nossignora, Lisa.
- Lisa o Elisa  lo stesso.
- Nossignora, mi chiamo proprio Lisa. Anzi, quando mi battezzarono, il padrino che faceva ridere tutti disse: - Lisa? Non mi va.  roba che dura poco. Ma invece sono sempre qui.
Fece una risatina sciocca che le scopr i denti radi.
- So - disse ancora la suocera, guardandola sempre con l'occhialetto - so che hai un bambino.
La serva divent rossa, poi si sbianc, e si mise a mugolare:
- Chi gliel'ha detto? Che importa se ho un bambino? Questi sono fatti che non riguardano nessuno.
- Capirai - intervenne Suor Elena - se tu devi entrare in una casa di persone molto per bene  giusto che sappiano anche il tuo passato.
- Sar; ma queste son cose che non riguardano nessuno, - ripet la Lisa.
- Vorrei - disse la vecchia signora - vorrei sapere com' andata la cosa:  bene essere informati di tutto, come dice la nostra cara Suor Elena che ti protegge. Il bambino ha gi dieci anni, vero?
- Sissignora.
- Ed  in campagna vero?
- S, dalla balia che non ha figli e lo tengono come fosse il loro.
- Va bene, va bene! E allora, come and?...
- Mamma - disse Laura, piano, alla suocera - la lasci in pace, non vede che soffre? Se non le va, non la prenda, ma non la tormenti.
La vecchia si rivolse verso di lei fissandola con uno sguardo tremendo attraverso le lenti, poi, senza nemmeno risponderle, chiese di nuovo alla Lisa:
- E allora? Parla.
- Ero in una casa dove stavo bene, ma andai via perch mi litigai con la cuoca e lei mi maledisse la madre. Ero viperina allora, e le lasciai andare un manrovescio.
- Ah! manesca dunque?!
Di nuovo intervenne Suor Elena.
- Questo, successe dodici anni addietro, forse pi. Ora ha messo giudizio: almeno lo spero.
- E dopo?
- Dopo - continu la Lisa - mi trovai a spasso e andai dove ci sono quelle signore che ci mettono a posto. L, prima d'entrare, incontrai una donna attempata, col cappello, che cercava una ragazza da portare in campagna. Forse, posso venire io, le dissi, e si combin. S'and in un paesino fuori porta dove avevano un piccolo albergo. Era gente alla mano, e mi facevano mangiare a tavola con loro. Ma la padrona, la sera era sempre bevuta e allora non ci si ragionava pi. Poi, una volta, torn il figliuolo maggiore e nessuno l'aspettava. Lavorava in Francia da cameriere; cominci subito a inquietarmi, non mi dava pace. Non lo potevo soffrire e lo sfuggivo. Poi, non so come accadde, gli volli bene, ma lui il vigliacco, aveva sempre l'amica in Francia che gli scriveva, e quando seppe che ero incinta ripart di nuovo e non se ne seppe pi nulla. Forse, sarei potuta anche restare, perch nessuno mi cacci, ma mangiavo pane e veleno, e allora me ne andai.
- E non hai saputo pi nulla di quell'uomo?
- No, cio s. Lo rividi tre anni fa alla stazione di Arezzo, e il cuore mi fece tumpe tumpe. Aveva un po' di capelli bianchi, ma non era invecchiato. Era trasandato, con una giacchetta tutta lustra e stremenzita. Mi avvicinai:
- Non si ricorda pi di nulla lei? Sono la Lisa. E quello a faccia tosta: La Lisa? O di che mi devo ricordare? Lei sbaglia, signorina.
- Vada, vada - gli risposi - che ci ha una bella coscienza! E me ne andai, tanto era inutile!
Scosse la testa, spalanc le braccia: la faccia melensa, la bocca tirata da un sorriso amaro.
- Povera creatura! - si lasci scappare Laura. - Quanto deve avere sofferto!
La suocera la guard furiosa, facendole segno di tacere.
- Miserie, miserie - aggiunse Suor Elena. - Ma Iddio ti assiste. Se avrai giudizio, se la signora ti prende, troverai il tuo pane e la tranquillit.
- Se  una cosa seria, ci vado volontieri - disse la Lisa, e sorrise a Laura, forse grata per la piet che le aveva dimostrato con quelle poche parole.
Le si richiese ancora sulle sue qualit di cuoca e se sapeva stirare, lavare, cucire, se era economa, svelta, pulita.
Le risposte sembravano soddisfacenti; quando si fiss il salario, la vecchia signora con straordinaria eloquenza riusc a ridurre di cinque lire la richiesta non eccessiva della serva. Ma l'interrogatorio non era finito.
- Non mi hai detto - volle sapere ancora la vecchia signora - perch hai lasciato quei padroni ultimi dove eri da pi da un anno.
- Che vuole che le dica? D'estate guardavo la casa e i cani, il fox e lo spinone, e facevo da mangiare al signorino che era restato in citt per gli affari. Un giorno, i cani non vollero mangiare, stettero sempre alla cuccia e non ci fu verso di farli smuovere. Io dissi al signorino: - Chi sa che hanno? - Ma che vuoi che abbiano? - rispose lui. - Dagli un calcio e vedrai che si smuovono.
Per pi tardi venne un telegramma che il padrone era malato grave, e pare impossibile, ma i cani l'avevano sentito.
- O cosa c'entrano i cani con l'aver lasciato il servizio?
- Sicuro che c'entrano. Dopo una settimana, riportarono il padrone mezzo cionco, e tutti dicevano che nell'anno sarebbe morto: io non mi volevo ritrovare a una cosa cos; inventai una scusa e mi licenziai.
- Ah! bella gratitudine per i padroni! - esclam la vecchia signora scandalizzata.
- Che cosa vuole, non ci sono abituata io agli spaventi! La mamma, mi mor che io ero in fasce, il babbo quando ero lontana; anche quando nacque il bambino non so come avvenne. Mi fecero una puntura, dormii, e quando mi svegliai, il bambino era bell'e fasciato!
- Incredibile! incredibile! - badava a ripetere la signora De-Rosa che si era alzata e nell'ombra sembrava anche pi lunga e pi magra. - Mi dispiace, Suor Elena, ma proprio non se ne fa di nulla. Ma dico io! Che cuore! Che coscienza! Lasciare i padroni perch uno forse doveva morire! O che credi? - si rivolse alla Lisa - che non dovrai morire anche te, un giorno?
- Tutti si deve morire - rispose la serva.
- E allora? - chiese Suor Elena con una leggera irritazione nella voce - la prende o non la prende?
- Proprio no, cara Suor Elena; proprio no, non  possibile.
La Lisa sospir:
- Si vede che non era destinato, - e strascicando un "buona sera a tutti" se ne and col suo passo molleggiante.
Quando le signore furono in strada, la vecchia disse:
- Il Signore Iddio mi ha ispirata a venire, se no, tu certo, l'avresti portata a casa, quella svergognata.
- A me, era simpatica.
- Tu non capisci nulla, di queste cose: non so proprio come non ti abbiano insegnato le cose elementari, in fatto di serve. Per fortuna che ci sono io!
Laura si morse le labbra. Aveva una gran voglia di piangere; le pareva che la vita fosse ingiusta e crudele, si sentiva sola, triste, sperduta, quasi disperata.
Le donne camminavano a fianco senza parlare. Fu quando giunsero alla porta di casa che la vecchia disse:
- Ora bisogna agire con gran diplomazia perch la Pasquetta rimanga. Con tutti i suoi difetti, un'altra come lei non la ritrovo.

 La pelliccia.
Quando Chiarina usc dalla casa del peccato in quel quartiere elegante ed eccentrico della citt, spi rapidamente d'intorno e pareva che quasi scivolasse lungo il muro, tanto andava in fretta. Ora non pioveva pi, ma alz il bavero dell'impermeabile azzurro, in modo che le coprisse quasi tutto il mento e abbass la falda del cappellino di cuoio con un colpetto maestro della mano, seguitando a camminare svelta fino allo sbocco della strada che metteva nel grande viale. Allora respir profondamente rallentando il passo; l'ala del cappello fu, con un altro colpetto, rimessa al punto giusto, e cos il bavero dell'impermeabile.
Le lampade ad arco, in fila, gi accese sotto il cielo ancora chiaro, davano all'asfalto bagnato dalla pioggia recente un blando tono lucido d'argento, mentre ai lati i vecchi ippocastani erano gi ammantati di ombre dense.
La mano sinistra, nell'ampia tasca, stringeva i fogli di banca che vi aveva cacciati senza osare di guardarli.
- Che orrore! - si disse per placare la voce della coscienza che si faceva sentire. - Che orrore! Come ho potuto cedere? Oh! - e alz le spalle quasi a volersi liberare di un peso inutile e inopportuno, dicendo a se stessa:
- La prima e l'ultima volta, e mai, mai pi. Ma sentirsi finalmente vestita bene, come una vera signora, che bellezza! Infine, io mi tolgo un capriccio e lui ha l'illusione di farmi un regalo superiore ai suoi mezzi e di farmi felice, povero Carlo!
Dal viale era entrata in una via popolare e ad un angolo le giunse il profumo delle prime caldarroste.
- Ho fame - pens - e le bruciate sono buone.
La vecchia che gliele vendette scost con le dita nere e uncinate la tasca dell'impermeabile vuotandoci dentro il misurino e sorridendo di compiacenza alla bella signora che con disinvoltura, cavava, servendosi della sola mano destra, il guscio friabile, lo gettava a terra e si metteva in bocca il saporoso frutto bollente con un'avidit di bambina golosa. Cos, proprio come quando era fanciulla, e faceva le complementari in quella citt di provincia dove il padre era impiegato alle ferrovie. Allora, quando poteva avere un soldo, comprava le bruciate da un uomo col berretto di pelo e con una gamba di legno che faceva il suo piccolo commercio vicino alla scuola. La piazza era tutta pulita come non mai quando il vento la spazzava, e nel viale che la scolaretta percorreva per andare a casa, la tramontana giocava facendo i mulinelli con le foglie d'oro dei platani gi spogli, mentre a lei venivano le mani paonazze dai geloni, perch la sua famiglia era assai povera, con quei sette figliuoli da tirar su, e non si pensava certo alla necessit di un paio di guanti o di un manicotto per Chiarina.
...
Quando entr nell'anticamera, il giovane di studio di suo marito leggeva tranquillamente il giornale della sera, ma alla vista della signora si rimise alle sue scartoffie dicendo, burbero secondo il solito:
- Credo che dovr aspettare.  entrato uno che saranno cinque minuti.
- E aspettiamo, - rispose Chiarina sedendo l sul divano d'incerato da dove il capecchio sbuzzava in due punti. Quasi quasi non le dispiaceva di riposarsi un poco prima di vedere Carlo.
Era sempre stata una donna onesta, dalle mani abili, dal gusto fine. Sapeva con l'aiuto di una sartina creare dei vestiti originali che le costavano pochissimo ma che facevano mormorare ai malevoli:
- Dio sa come pu permettersi quel lusso.
Era intelligente ed ambiziosa, e quando il marito le propose di lasciare la provincia di Milano, essa parve impazzire dalla gioia. Carlo sarebbe divenuto subito subito un grande avvocato e con la fama sarebbe arrivata anche la ricchezza. Pensava:
- Milano, Milano! A sentirlo sembrava che si fosse dovuti entrare nel paradiso terrestre e fare fortuna come tanti. E invece!... Povero Carlo, non che fosse stupido, tutt'altro, ma non sapeva farsi valere. C' molta tragedia, certo, fra coloro che stanno fra gli uomini comuni e gli uomini superiori, ed essa sentiva una tenera piet per suo marito cos deluso e stanco, quasi vecchio ormai, se non di anni, di atteggiamento verso la vita. E Carlo, di natura piuttosto melanconico e preoccupabile, adorava quella sua cara donna sempre gaia, sempre sana, che rideva cos spesso gettando indietro la testa arruffata di ricci morati.
I primi tempi del loro matrimonio, Chiarina aveva dovuto fare a meno anche di una modesta persona di servizio, ma facendo i mestieri pi umili con una grazia incantevole, sempre ordinata nella persona, sempre gaia, ridente e cantante. E se Carlo si sentiva umiliato che la sua donna fosse costretta a quelle fatiche, ella gli correva vicina con le braccia tese indietro, un piumino per la polvere e uno strofinaccio nell'una e nell'altra mano, e gli allungava il volto per dargli un bacio. Poi scappava dicendo:
- Aspetta. Vado a farmi bella come una signora!
E tornava poco dopo con le mani bianche, le unghie rosee, lucide, tagliate a mandorla, con una vesticciuola chiara sempre fresca, o con una trovata graziosa per la sua persona.
Poi fu possibile prendere una servetta campagnola, rozza come il pane di granoturco ma che lavorava dalla mattina alla sera per poche lire al mese. Chiarina dovette impiegare non poca fatica ad incivilirla un po': sopratutto ce ne volle a toglierle quella predilezione speciale per certi pettini di celluloide rosa tempestati di piccoli vetri. E non riusc a farle dire, quando il pranzo era pronto:
- La signora  servita.
La ragazza si affacciava alla porta, rimaneva un attimo con lo sguardo ebete e le lunghe braccia penzoloni, poi scoppiava a ridere e scappando urlava:
- A tavola! A tavola!
Che fosse bella Chiarina lo dicevano tutti, e lei si sentiva soddisfatta e felice. Qualche volta per diceva a se stessa:
-  assurdo, che una donna come me, debba lesinare il soldo per vestirsi, debba portare la biancheria di cotone e rovinarsi le dita per cucirla.
Si fermava estasiata dinanzi alle vetrine di lusso, e i desideri, non conosciuti prima, l'afferravano improvvisamente con violenza tale da darle lo spasimo. Ah! potere mettere sempre quelle meravigliose calze di vera seta, di tutte le sfumature della perla e della rosa tea! Una volta Carlo gliene aveva regalato un paio cos morbide, cos velate che ella si era messa a saltare per la contentezza. Che delizia, il contatto della seta sulla pelle, e come sembrava pi affusolata la gamba, in quella guaina! Ma quando furono rotte - e durarono cos poco - che melanconia, dover riprendere le calze di filo o di seta artificiale!
Ma il desiderio pi costante di Chiarina era di possedere una pelliccia, una vera pelliccia, soffice, calda, in cui potersi ravvolgere nell'inverno tedioso: nera, per esempio, con un gran colletto di petit-gris cos dolce al tatto e alla vista. Nella vetrina di un negozio ce n'era una assai bella.
- Oh! Carlo - disse Chiarina stringendoglisi al braccio. - Oh Carlo, se potessi averla, come mi starebbe bene. Non credi? Pare fatta per me; chi sa quanto costa!
- Chi sa quanto costa! - ripet il marito con malinconia.
- Dobbiamo domandare?
- A che, povera Chiarina? Sai bene che se avessi da comprartela non me lo farei dire due volte.
Incapriccita, ella entr nella bottega e chiese il prezzo.
Uscendo lo rifer al marito, a voce bassa, e si sent scoraggiata, forse per la prima volta nella vita. Si avviarono a casa in silenzio.
Fu Carlo, dopo un po' che le disse:
- Vedi? Se fosse costata duemila lire, avrei fatto una pazzia. Non abbiamo che quella riserva per qualunque caso, una malattia...
- Ma noi stiamo sempre bene.
- S, cara, ma non si sa mai. Eppure s, se fosse costata solo duemila lire ti avrei detto di prenderla.
- Quanto sei buono e caro Carlo mio, e come ti voglio bene!
Ritorn serena e gaia, d'improvviso, come un pezzetto di cielo che si apra turchino fra le nuvole chiare.
Quando dallo studio del marito usc quel signore dalla gran pancia e dagli occhiali d'oro, Chiarina entr correndo:
- Dio mio!  un secolo che aspetto!
- Cara! Che buon profumo!
- Ti piace?  nuovo. L'ho preso per te.
E gli appoggi languidamente la testa sulla spalla mentre un leggero rossore le coloriva le guance.
- Spendacciona!
- Oh, no! Sono le piccole, piccole economie, sai bene...
- Lo so, lo so, tu fai tutto bene e sempre bene, la mia "Genzianella"!
Egli amava chiamarla cos quando si metteva l'impermeabile azzurro.
- Andiamo a casa Carlo?
- S, andiamo pure.
Solo per la scala si decise a parlare:
- Sai, Carlo, la sarta, che  parente di quel negoziante che ha la pelliccia, sai, quella pelliccia che mi piace tanto, ha detto che  disposto, pur di venderla, a lasciarla per duemila lire.
- Oh! possibile? - fece lui. - E come pu ridurre cos?
- Ma s, figurati: la sarta mi ha fatto un grande discorso; pare che hanno delle cambiali che scadono, e allora svendono cos; danno voce alle conoscenze tanto per far fronte agli impegni immediati. Poi, naturalmente, si rifanno con altri avventori. Il commercio  cos:
- E, gi - fece lui, credulo. - Certo il commercio deve essere cos. Per, - aggiunse dopo un attimo d'esitazione -  una bella pazzia che facciamo. Si resta senza un soldo di riserva, e i tempi sono cos brutti.
- I tempi sono sempre brutti secondo te. Ma Carlo - e la voce le tremava - ti sei forse pentito della promessa?
- Ma no, no, sono un po' preoccupato, ecco, eppoi penso al mio sarto.
- Il sarto - rispose lei, di nuovo sicura - il sarto potr aspettare, quando i tuoi clienti ti pagheranno. Del resto, dovrai cambiarlo il tuo sarto, un gran ladro che ha delle pessime stoffe che non durano nulla.
- No, questo, non  esatto. Sono quasi due anni che porto questo vestito.
- Ma che due anni! poco pi di un anno e mezzo. Ho buona memoria io. Ma un vestito per un uomo deve durare di pi, si sa bene, non  come un vestito da signora...
- Lo so, lo so, - disse egli ridendo, divertito da quello sragionare di sua moglie.
- Allora Carlo, proprio non me la vuoi comprare la pelliccia? - chiese Chiarina dopo un po' di silenzio, con quella sua voce carezzevole che sapeva di ottenere da lui qualunque cosa.
- Ma s, ma s, che avrete la pelliccia. Che cosa non farei per farti contenta? Anzi, ho in tasca il libretto degli assegni, andiamo subito e al diavolo tutte le preoccupazioni.
Fu lei, rapida, a mettere un po' di calma in quell'entusiasmo candido.
- No, no, non c' fretta, domani.
- Perch? Vorrei che te la mettessi subito, mi piacerebbe vedertela subito addosso.
- No, Carlo, sono un po' stanca, eppoi  bene che la osservi minuziosamente, con calma, alla luce del giorno, non si sa mai.
- Ma non hai detto che  magnifica?
- Infatti, ma  meglio, credi, che la riveda. La spesa non  indifferente.
- Ah! lo so bene.
- Bada per che se ti dispiace, se proprio  un sacrificio troppo grande, ne posso fare a meno, Carlo...
- No cara, ora a casa ti firmo l'ultimo assegno e domani  cosa fatta. Contenta?
- Felice, Carlo, Carlo mio.
Dopo tre giorni Carlo, un po' raffreddato rest in casa a studiare un processo, e Chiarina, fiera della sua bella pelliccia, andava a fare un giretto nel centro, anche perch aveva terrore d'ingrassare e le piaceva muoversi ogni giorno con qualunque tempo.
Quando squill il campanello Carlo si chiese:
- Chi pu essere? Chiarina non suona cos.
Si affacci in anticamera mentre la donna di servizio parlava a un signore che, seguito da altri due uomini, insisteva per veder la signora.
- Non  in casa. Ma c' il padrone. Eccolo.
Il delegato di pubblica sicurezza si present con mille scuse. La sua signora non aveva acquistato qualche giorno prima una pelliccia cos e cos nel negozio tale?
- Certo.
- La signora aveva pagato la pelliccia...
- Duemila lire, - rispose Carlo.
- No, quattromila, - ribatt il funzionario.
- Oh no, c' equivoco. Ho firmato io lo chque, guardi, favorisca entrare nello studio.
Entrarono. Carlo, trasse da un cassetto il librettino verde che apr sotto gli occhi del delegato.
- C'erano le ultime duemila lire; confronti la data, e vedr che non ci possono essere dubbi.
- La sua signora, mi duole dirglielo, ha pagato la pelliccia con lo chque di due mila lire e con due biglietti da mille.
-  assurdo, non ne aveva che duemila. Sono un professionista povero io.
- Ha pagato - ripet pacatamente il funzionario - con lo chque e due biglietti da mille, falsi.
- Due biglietti da mille? Falsi? Ah!  ridicolo tutto ci. Basta con questo scherzo.
- Si calmi, la prego. Non  uno scherzo.
- Carlo? Che c' Carlo?
Chiarina entrava serena, sorridente.
- Che c' Carlo?
- Ah! Tu! Ecco, ecco mia moglie. Chiarina, questo signore pretende...
- Non pretendo niente, dico, - e fiss in faccia alla donna gli occhi scrutatori - che la signora deve favorire con me in questura.
- In questura?
- In questura!
- Sostiene che tu hai pagato la pelliccia quattromila lire, e con due biglietti da mille falsi.
- Non  vero! non  vero! non  vero! - grid ella con troppo impeto, quasi sfrontata.
- Ah! - esclam Carlo con soddisfazione. - Che cosa le avevo detto signor delegato? Certo c' un equivoco di persona.
Il funzionario si affacci alla porta e chiam i due uomini che erano rimasti in anticamera:
- Questo, - disse, rivolto a uno dei due -  il fattorino che sabato sera port qui la pelliccia.
- Fu il signore che firm la ricevuta e mi dette la mancia. Ecco qui: riconosce la sua firma il signore?
- S. - Carlo riconosceva la sua firma sul libretto delle ricevute della ditta, e si ricordava di aver dato una mancia, ma che significava questo?
- Significa che non c' equivoco - aggiunse il fattorino - la pelliccia  quella l - e accenn a Chiarina.
-  meglio che lei confessi, signora, - le disse in modo persuasivo il delegato che da esperto aveva gi notato il volto pallidissimo della donna.
- Fu - ella rispose con un fil di voce - in via Borghini, al numero sette...
- Ah ah! - interruppe il funzionario. - La signora  frequentatrice di quella casa?
- No, no. Una volta, una volta sola, quella volta, sul mio onore.
- Taci! - E Carlo coi pugni tesi le scagli l'atroce invettiva che la colp come una scudisciata sulla faccia. - Il tuo onore!
Ella narr poi tra i singhiozzi che aveva avuto un colloquio con un uomo bruno di mezza et dall'accento straniero. Le avevano detto che era un principe. Non sapeva pi nulla, per l'anima dei suoi morti. Quei denari, glieli aveva dati lui...
- Falsi, signora.
Si lasci portar via come un automa, senza osare di guardare suo marito, senza nemmeno dirgli addio.
E nemmeno lui disse nulla. Tutto gli girava intorno in una ridda d'inferno. Poi scoppi a piangere con un lamento lungo, perdutamente, senza consolazione.
 Partire
- Dove sono? - Si domand Claudia destandosi. E per qualche secondo non seppe davvero se fosse in Riviera o a Roma nella casa di suo marito, o a Saint Moritz. Ora, risvegliata del tutto, si guard attorno alla luce che filtrava attraverso le imposte chiuse, ed ebbe un senso di freddo al cuore riconoscendo la sua casa di Milano.
Suon il campanello.
- Preparami il bagno, Faustina, - disse alla cameriera che entrava col caff e con la posta. - Che tempo fa?
- Bellissimo, la vera estate di San Martino, signora.
Infil i piedi nelle ciabattine di raso azzurro foderate di pelliccia bianca, mise una vestaglia della stessa tinta, di quei bei trapunti fiorentini cos soffici e caldi, e raccolse le trecce biondo scuro, appuntandole con due grosse forcine di tartaruga. Ella, non aveva ceduto alla moda n all'insistenza della modista che asseriva di non trovare cappelli adatti per quella pettinatura. Aveva conservate le chiome lunghe senza sapere bene il motivo, ma forse perch erano state molto amate, e le portava lisce, spartite in mezzo alla testa, con una grande crocchia quasi sul collo, secondo la moda del 1830. Aveva la fronte vasta e le sopracciglia sottili pochissimo arcuate sugli occhi di un tenero color nocciuola, grandi, con le ciglia dorate; occhi rari che dominavano il volto non bello ma tanto grazioso, di una luce chiara, quasi irradiante. La posta recava il giornale, una rivista di moda e la quotidiana lettera di Silvio Balbis che lesse con un impercettibile sorriso di compiacenza.
- Egli mi ama, mi ama davvero - si disse - e se potessi amarlo la vita ricomincerebbe.
Indugi a lungo nel bagno, poi s'avvicin alla finestra.
Gli alberi erano tutti spogli ormai, ma che tepore di sole! e il cielo sembrava una seta stirata tanto era limpido e chiaro. Nel giardino, i passeri chiacchieroni e plebei facevano un gran chiasso e a Claudia fu dolce il ricordo di quando piccina, col cappotto di lana verde e la cuffietta sarda, accompagnata dalla bambinaia, portava il pane agli uccellini affamati del giardino pubblico, nei pomeriggi invernali, e li chiamava, forse per il loro aspetto pettoruto "i grassi".
- La signora esce? Che vestito devo prepararle?
- No, Faustina, stamane non esco.
Era tornata la sera avanti nella sua casa che le era quasi estranea, dopo cinque mesi di vagabondaggio da un luogo all'altro, non sostando mai pi di dieci giorni in un medesimo posto, sempre spinta dall'illusione che il cambiare le facesse meno amara la solitudine.
Dopo sei anni di matrimonio, di amorosa passione, un giorno le riportarono a casa il marito ferito grave: si era battuto in duello per un'altra donna. La cosa aveva suscitato uno scandalo enorme, e Claudia, fino allora ignara di tutto, era piombata di colpo dalla felicit alla disperazione, quando vegliava il marito che delirando, invocava un nome che non era il suo.
Dopo la guarigione, di una cosa gli fu grata, e cio di non averle mentito pi, nemmeno per piet del suo dolore, cos che quando le chiese se avesse acconsentito a separarsi, e Claudia glielo accord, egli seppe dirle soltanto con la voce commossa:
- Sei buona tu, e meritavi una sorte diversa.
Poi era fuggito con l'altra, mettendo un confine fra lui e il suo passato. Claudia lasci Roma e volle stabilirsi a Milano dove era nata e dove aveva trascorso l'infanzia lieta e la giovinezza gioconda. Scelse una piccola casa vicina al Parco da dove si vedevano tanti alberi belli, circondata da un giardinetto che a primavera il glicine rivestiva di ghirlande.
Compr il mobilio tutto nuovo chiaro e semplice. La camera da letto, con la tappezzeria di seta color perla a mazzetti di rose, poteva essere quella di una fanciulla. Diresse e guid i falegnami, i verniciatori, i tappezzieri. Tolti dalle casse i quadri, i gingilli, i libri che le erano stati cari, dispose ogni cosa col gusto sicuro. Furono giorni e giorni di attivit, quasi di fatica, in cui riusc a stordirsi un poco, credendo di dimenticare, di riprendere la vita nuova col nido nuovo. Ma quando la casa fu in ordine, Claudia si sent triste e stanca. Perch aveva fatto tutto ci? Per chi? A quale illusione avrebbe dovuto credere ormai?
- Ma forse  il grande caldo che mi rende debole i nervi - si disse; e part con la prima estate, cercando di svagarsi, di non pensare al passato, ma inutilmente.
- Ora, la verit - confess a se stessa -  una sola e bisogna che l'accetti come il mio destino. In fondo in fondo, questa mia pena senza consolazione  perch l'ho amato sempre, e nonostante tutto lo amo ancora. Ed  inutile girare, poich il male  nel mio cuore.
E torn a casa.
A mezzogiorno, quando le fu servita la colazione, in sala da pranzo, trangugi qualcosa in fretta. No, non voleva piangere, ma era troppo triste, troppo triste, non avere nessuno davanti a s, e pass subito nel salotto, accese la sigaretta, si stese nella grande poltrona, ma per poco. In un vaso, delle rose ch'ella vi aveva messe prima di partire, s'erano seccate senza sfogliarsi per mancanza d'acqua ed erano divenute colore di certe stoffe antiche. Ne tocc una che le si sbriciol fra le dita, come polvere. Che melanconia.
Un mattino di giugno, Silvio di passaggio per Milano gliele aveva mandate. Povero Silvio, come infelice anche lui! Avevano giuocato insieme da bambini e ricordava poi il ragazzone biondo quando tornando a casa dal collegio le recitava D'Annunzio gestendo con le mani grandi e ossute che gli uscivano fuori dalle maniche sempre troppo corte.
Una volta Silvio le disse:
- Claudia, quando sar grande ti sposer.
E aveva tanto riso, mentre il giovane era divenuto pallido e quasi piangeva. Senza volerlo, gli aveva fatto un gran male, e solo pi tardi lo cap perch Silvio, per lei, era il compagno di giuochi, un fratello quasi, e l'idea di divenire sua moglie l'aveva messa di buon umore.
Lo cap quando si spos: Silvio era divenuto cos taciturno e cupo che nessuno lo riconosceva; s'era ritirato in quella villa sul mare coi suoi libri, a fare l'eremita, dicevano parenti ed amici; in verit egli viveva il suo sogno di passione e l'immagine di Claudia era sempre con lui. Fu dopo che la donna s'era separata dal marito ch'egli prese a scriverle ogni giorno e tutto l'amore represso fu un inno di tenerezza, di gioia, di speranza. L'aveva rivista solo due volte, perch Claudia non glielo aveva permesso pi. Le faceva troppa pena che il caro amico, la cui fedelt la commoveva, soffrisse cos per lei, che non poteva fare nulla, altro che volergli semplicemente bene, come prima, come sempre.
E Silvio le aveva scritto:
"Se un giorno sarai troppo sola, ed avrai freddo al cuore, ricordati della mia casa nel sole e delle mie braccia per accoglierti. Non occorre che tu mi avvisi. Giungerai quando vorrai, che sei la sempre amata, la sempre attesa".
E con questa frase romantica "la sempre amata" egli la invocava ogni volta, e anche nella lettera di quel giorno la chiamava cos.
Ora, nell'aprire un cassetto, Claudia trasse fuori una piccola coppa di Murano, preziosa come un gioiello, azzurro cupo con riflessi iridati. Gliel'aveva regalata colma di violette candite, suo marito, una sera dei tempi felici.
- Ahi via, via i ricordi! - e scagli a terra la coppa.
Ma le parve che anche il suo cuore si frantumasse con un dolore rinnovato.
- Ma come posso vivere cos? Ma come posso vivere cos? Divento pazza - si diceva serrandosi la testa fra le mani.
Pens allora che solo l'amore di Silvio l'avrebbe liberata da quell'ossessione.
- Gli voglio tanto bene - si disse - e forse finir con l'amarlo, perch lui mi ama. Vivere, vivere, vivere, tentare di vivere, poich non si pu morire.
E decise. Sarebbe partita, sarebbe giunta a lui con l'alba, cos ch'egli avrebbe creduto quasi alla continuazione d'un sogno, quando avesse bussato alla sua porta.
A Faustina, che la guardava stupita, disse:
- Prepara il baule grande, parto stasera. Ti sapr dire fra qualche giorno, dove dovrai raggiungermi.
Non volle essere accompagnata alla stazione dove forse, per tema di pentirsi, giunse troppo presto.
Si ferm dinanzi all'edicola, e tanto per perdere un po' di tempo compr dei giornali illustrati e il nuovo romanzo di un autore in voga.
Si sedette in un angolo, nell'attesa che si aprisse lo sportello dei biglietti, ma fu assalita d'improvviso da un'ondata d'angoscia.
- Ah! - disse fra s - la solitudine della mia casa mi fa pensare al suicidio; ma pur troppo, io sono una di quelle che sanno amare una sola volta nella vita.
E allora Claudia part con un qualunque treno, per un qualunque paese, e non and verso l'amore.
 Il poeta
Da circa due anni James aveva preso dimora nel piccolo albergo sul mare. Era venuto da Londra e sapeva poco l'italiano. S'era portato due valige e un grande baule.
Giungendo in una sera di gennaio, appena fuori la stazione, s'era fermato in estasi a contemplare le stelle che parevano tanto vicine e scintillavano in un azzurro da fiaba.
Poi, non lo si vedeva mai, n sulla scogliera meravigliosa dove c'erano tante agavi bronzate e a primavera la barba di Giove che s'adornava di fiori rosa, e nemmeno in giardino fra pini italici e camelie, aranci e mimose.
James stava abitualmente nell'ingresso o in sala da pranzo e certi pensionanti si seccavano di trovarselo sempre fra i piedi e di avere da lui quel saluto eccessivamente cerimonioso con inchini profondi, anche se gli fossero passati dinanzi cento volte in un giorno.
James poteva avere trentacinque anni; era molto alto e robusto, biondo, col volto acceso, gli occhi chiari, limpidi e buoni. Vestiva con innata eleganza, invariabilmente di turchino scuro. Era l'unico ospite, in tutto l'albergo, che la sera, si mettesse lo smoking.
Ogni giorno, riceveva con la posta fasci di giornali e riviste inglesi; rare le lettere. Diceva di essere venuto nella terra dei poeti a scrivere un grande poema. Le padrone dell'albergo, due vecchie signorine svizzere, molto attente e premurose, avevano notato che l'inglese beveva troppo, anzi, contro il loro interesse, una volta glielo avevano anche detto e James aveva risposto:
- Miss Emma, un piccolo mezzo fiaschetto di Chianti "valere" la vita di un uomo.
Certo, l'inglese doveva essere convinto della sua asserzione perch aveva ordinato che, tanto in camera, quanto sul suo tavolino nella sala da pranzo, il mezzo fiaschetto di Chianti dovesse essere rinnovato quasi automaticamente tutte le volte che lo finiva; questa operazione si ripeteva spessissimo ogni giorno, e tanto la padrona, quanto la servit vi stavano attenti perch se a James accadeva di trovarlo vuoto, dava in escandescenze. Allora gli occhi non sembravano pi i suoi, ma diventavano cupi e cattivi.
Una volta, perch un cameriere tard ad accorrere alla sua chiamata, gli aveva scaraventato un piatto addosso. Ne nacque un pandemonio. I clienti indignati protestavano, mentre il cameriere urlava di dolore e di rabbia e le padrone volevano cacciare James dall'albergo.
Poi, la cosa si appian. Pi tardi si videro James e il cameriere - con un cerotto a croce sulla guancia sinistra - bere insieme, al banco del bar.
James, sinceramente afflitto per quello che aveva fatto, firm un generoso chque a consolazione del ferito, ma dopo quel fatto, i clienti sfuggirono sempre l'inglese, e i pi cortesi, gli rendevano un freddo saluto a distanza non desiderando affatto di attaccare discorso con quel pazzoide pericoloso.
Verso Pasqua arriv all'albergo Magda, una signora giovane, molto elegante e moderna, con una bella creatura di sei o sette anni dalla zazzera liscia e bionda, vestita sempre di bianco, con gli abiti corti corti che le lasciavano scoperte le coscie nude, e ad ogni movimento le si vedevano le bracucce attillate come quelle delle saltatrici da circo. Si seppe che Magda arrivava da Milano, ma non si riusc a sapere se avesse o no, un marito.
Disse che era venuta a trascorrere qualche settimana al mare perch la Baby si rimettesse dopo un cattivo morbillo. Siccome quando arriv, l'albergo era pieno, per la madre e per la figlia assegnarono una camera nel nuovo fabbricato costruito in giardino al margine della strada, che aveva l'aspetto di una clinica, cos tutto bianco di dentro e di fuori e dove gli ospiti, del resto, andavano solamente a dormire.
Magda non era eccessivamente colta, ma aveva avuta una perfetta educazione mondana, cos conosceva le lingue moderne, e ci teneva a sfoggiare questa sua sapienza se, ogni giorno, alternativamente parlava alla Baby con idioma diverso.
James la salut in inglese facendo qualche complimento alla piccola; si misero a discorrere e da allora, stettero spesso insieme; il loro contegno era perfetto, mai James and alla dpendance, mai Magda sal nella camera di lui, e la gente, anche volendo, aveva poco da far ciarle.
Un giorno, egli propose alla signora, di pranzare alla sua tavola e l'invito fu bene accolto.
Ora, due volte al giorno, James andava fino al cancello, usciva sulla strada rasentando il muro per pochi metri, entrava in un altro giardino dove una vecchia fioraia gli vendeva un fiore, ch'egli metteva sul tovagliolo della signora in sala da pranzo. Un garofano, una rosa, una dalia, una camelia, un fiore qualunque purch fosse rosso, dopo che Magda gli aveva detto che quello era il suo colore, il preferito.
La donna, molto sensibile a questo omaggio, lo ringraziava con un sorriso - che a James pareva infinitamente dolce - mentre si appuntava il fiore alla scollatura.
Egli era felice di poter parlare e che qualcuno s'interessasse a lui.
A poco a poco Magda, seppe che James aveva moglie e un figlio di otto anni, i quali vivevano con la madre di lui e un suo fratello nella Riviera francese. Il fratello era diplomatico.
James amava teneramente il suo bambino, ma non andava piu d'accordo n con la moglie, n con la madre, n col fratello che non lo capivano e allora aveva deciso di venire in Italia a scrivere un grande poema.
L'abitudine del bere l'aveva acquistata quando era un Tommy in Francia. Una volta, dopo un bombardamento infernale, di giorni, s'era svegliato in una profonda trincea sconvolta, fra cadaveri orribili in putrefazione. Era riuscito a fuggire di l e s'era messo a urlare come impazzito. Qualcuno gli aveva messo alla bocca una borraccia di whisky che lui aveva tracannato come se fosse stata acqua fresca.
Dopo quella bevuta l'orrore di quei cadaveri era sparito e gli era parso di essere trasportato in un paese d'incanto. Da allora bevve, e continu a bere anche dopo la guerra nella sua casa.
- Mia moglie - diceva James - non capiva questo, mia moglie non era stata alla guerra, e non vedeva tutti quei morti con l'elmo di traverso che ogni tanto mi ballavano intorno e cacciavo da me solamente bevendo. Allora erano sempre liti, e io dissi:
- Me ne vado: vado nel paese dei poeti, a scrivere il mio grande poema.
Magda, scaltra, cap che quel colosso biondo, altro non era che un ingenuo romantico, un povero poeta, anche se, come probabilmente credeva, non avrebbe mai scritto nulla di notevole e forse nemmeno di passabile.
- Blandirlo, incitarlo a scrivere, adularlo, gli fa del bene, e quest'opera, quasi pietosa, forse mi potr tornare utile un giorno - pensava la donna.
Dopo tutto era fine, simpatico, con lei si comportava da vero gentiluomo, e fra quei borghesi dell'albergo, uomini e donne, era il pi interessante: certamente, un tipo.
* * *
James, leggeva ogni giorno qualche pezzo del suo poema, mentre Magda mostrava di andare in estasi socchiudendo gli occhi.
A lettura finita sospirava:
- Che poeta originale! Come sono fiera che mi crediate degna di capirvi! Come vorrei - gli aveva detto una volta - essere io la vostra musa, ispirarvi il canto pi alato e sublime! Lavorate, lavorate mio grande amico! Domani voglio ancora che mi diate un'ora di poesia. Ah! la poesia! come la sento! come l'amo! Che pena non sapersi esprimere! Come dovete essere felice voi che avete il dono del canto!
Il giorno dopo James le aveva detto:
- Ho la persuasione profonda che la poesia appartiene a chi l'ha ispirata, non a chi l'ha scritta. Ecco signora - disse, mostrandole alcuni fogli - quest'ode  vostra, tutta vostra. E declam ispirato:
Io ti condurr adagiata
su una coltre di rossi fiori.
Piloter l'aeroplano scarlatto
navigando in un cielo divino
creato per te,
dal mio sogno amoroso.
Aveva continuato con enfasi su questo tono, e Magda alla fine gli aveva stretto le mani, rappresentando egregiamente una commozione profonda, da grande attrice.
- Che vi posso dire? Che vi posso dire - aveva esclamato. - Sono fiera, orgogliosa, molto orgogliosa, di avervi ispirata questa poesia. La mia vita non  stata vana. Una stessa sublime luce ci avvolge...
* * *
- Non avete nulla da leggermi? - chiese Magda a James la mattina dopo, a colazione.
- No, non ho scritto stanotte; io stanotte...
Baby che si annoiava vedendosi trascurata dalla madre, si mise a fare i capricci e James la sgrid.
- Brutto! Brutto! Brutto! - disse la bimba facendogli una boccaccia e mettendosi a piangere.
La madre le fece una carezza.
- Baby, non bisogna dire cos a Mr. James, che  un grande poeta e che se sarai buona - pi tardi - ti regaler i cioccolatini. Non  vero, Mr. James?
Certo, egli avrebbe regalato molti cioccolatini a Baby e anche una bambola, se fosse stata tranquilla a tavola.
La bimba rest imbronciata e tacque, facendo spallucce.
- E allora, amico mio, com' che non avete lavorato stanotte? - interrog ancora Magda. - Non va bene, non va bene - disse con voce di dolce rimprovero.
- Ieri - rispose lui - mio figlio aveva otto anni. Io volevo fare festa per mio figlio che aveva otto anni. Allora in camera ho molto bevuto, e mettevo poi tanti piccoli mezzi fiaschetti sul marmo del cassettone intorno al ritratto di mio figlio. E mio figlio mi salutava e rideva, ma io piangevo, piangevo, ero tanto infelice e allora ho bevuto dell'altro, e non piangevo pi e tutto nella stanza era molto bello, e io ridevo col mio figliolo, eppoi ho dormito con la guancia accosto alla sua sul mio cuscino ed era molto bello, e non ho scritto perch ho festeggiato mio figlio.
* * *
Una comitiva di giovani, una volta, tir fuori un grammofono e tutte le sere ballarono. James e Magda ballavano sempre insieme, perch da una sera che un giovanotto aveva chiesto un tango a Magda che glielo aveva concesso, James s'era accigliato; tutti avevano visto gli occhi torbidi di lui e nessuno os pi invitare la signora, per timore di qualche scena da parte dell'inglese.
Baby una sera disse forte:
- Mamma" perch tu balli sempre con Mr. James solamente? Io non voglio.
E quando la madre ball di nuovo con l'inglese, la bimba s'aggrapp alla coppia che fu obbligata a fermarsi. La madre mand via la bimba in modo brusco, e cessata la musica, la condusse a letto, mentre Baby piangeva.
Un giorno Magda e Baby partirono. La segretaria, scandalizzata, confid a qualche cliente che l'assegno con cui la signora aveva pagato tutto il conto della sua permanenza in albergo, portava la firma di Mr. James.
* * *
Da allora il poeta fu completamente solo, triste, eccitabilissimo. Volle che sul tavolino nella stanza da pranzo, fosse sempre apparecchiato il posto per Magda come se da un momento all'altro dovesse tornare. Non mancava ogni giorno, il fiore rosso sul tovagliolo, che regolarmente James, andava a comprare dalla vecchia fioraia. Prima di sedersi a tavola, egli faceva un inchino alla sua destra, come se vi fosse da signora. Una volta dopo molto bere, con la faccia congestionata pi del solito, per la scala scivol battendo la testa sui gradini.
Lo raccolsero privo di sensi. Ebbe un'agonia di poche ore, senza dire una parola, senza emettere un gemito.
Lo vestirono dello smoking; qualche tralcio di mimosa fu sparso sulla coperta bianca e fra le mani una delle padrone gli mise una camelia rossa.
Arrivarono il fratello e la moglie. Lei era bionda, esile, col volto sfiorito: aveva gi messo il lungo velo vedovile.
Quando entrarono nella camera del morto, il fratello si mise a singhiozzare. La moglie non piangeva; appoggiata al fondo del letto fissava il marito e scuoteva la testa come per dire:
- Povero James! povero James! Lo vedi come ti hanno ridotto le tue stramberie? A morire in un piccolo letto straniero lontano dalla tua casa!
Il fratello si fece forza e cess di piangere. Forse ebbe piet e paura di quella donna senza lacrime con la faccia cos tirata e pallida.
- Venite Mary - le disse prendendole una mano. - Ora dovete riposarvi. Vi accompagno nella vostra camera.
Mary si scosse.
- S John - rispose - bisogna riposarsi. Anche voi, dovete essere molto stanco.
E disse ancora:
- Prego John; il povero James ha la cravatta storta. Volete aggiustargliela voi?
 Il ritratto senza testa
Il pubblico, visitando una superba collezione che doveva disperdersi all'asta, si fermava stupito dinanzi al quadro di un celebre pittore francese, un ritratto femminile, finito nei pi minuti particolari, ma senza testa.
La gente commentava nei modi pi bizzarri e contraddittori: chi parlava d'un romanzo d'amore, chi addirittura di una tragedia nella vita sentimentale dell'artista. Certi asserivano che quel bel corpo supremamente elegante nell'abito da sera, con le spalle e le braccia d'un caldo tono ambrato, appartenesse a una dama della pi vecchia aristocrazia parigina che fece molto parlare di s nelle cronache scandalistiche di trent'anni indietro.
Ma la verit me l'aveva raccontata l'autore, una volta che a Parigi avevo visitato il suo studio.
* * *
"Venne da me - mi disse - un uomo di media et, pallido, calvo, vestito di nero, coi baffi neri, gli occhiali tondi cerchiati di nero. Chi sar mai costui? - pensai. - Era impressionante.
Dopo seppi che mi stava di fronte uno dei pi ricchi industriali della capitale e che voleva da me il ritratto della bellissima moglie morta. Aveva portato un pacco di fotografie in tutte le pose e una treccia di capelli biondi che gli tremava fra le mani, mentre mi descriveva il colore della pelle e il luccicho delle iridi turchine. Poi, da una valigetta, trasse una guaina di seta morbida, azzurra, trapuntata di brillantini.
- Questo - mi disse -  l'ultimo vestito che la mia povera morta indoss prima di ammalarsi.
Parlava come in un lamento: - Non ho pi pace, non mi rassegno! Era l'ideale delle mogli, delle donne. L'adoravo! Ormai la mia vita  finita con la sua, e se continuo a vivere  per forza d'inerzia, ma per me non c' pi nulla sulla terra.
- Mi scusi - disse dopo un po' asciugandosi gli occhi - mi scusi... Desidero che il ritratto sia grande al vero. Voglio metterlo nella camera che fu nostra perch l'immagine di lei consoli le mie notti insonni; mi parr in certi momenti che ella mi veda, mi sorrida, mi protegga. Non discuto sul prezzo, ma lo desidero presto, al pi presto.
Dati i miei impegni, non avrei potuto consegnargli il ritratto prima di un anno, ma il vedovo insist tanto, duplic il prezzo pattuito e rimanemmo d'accordo che al termine di sei mesi lo avrebbe avuto.
Dopo quella volta, l'industriale veniva spesso allo studio, e quando il ritratto fu abbozzato, arrivava con un lungo ramo di quelle piccole orchidee lilla chiaro che hanno la leggerezza di certe farfalle. Deponeva il ramo ai piedi del cavalletto, dicendo invariabilmente: "Sono i fiori che ella amava". E cominciava a ripetere delle grandi virt della morta e del suo desolato tormento.
Io, che in fatto di amori eterni sono scettico, gli dissi una volta che mi sentivo particolarmente amareggiato per fatti miei personali:
- Col tempo si rassegner...
Il vedovo protest con violenza:
- Mai! Mail Mai!
- Si rassegner - continuai per nulla impressionato dall'energia di quelle tre parole. - Alla morte ci si rassegna,  qualcosa contro cui non si lotta. Non si rassegnerebbe, creda a me, se la sua povera signora fosse sparita dalla sua esistenza per un altro amore.
Il vedovo scoteva la testa chiuso nella sua pena.
Poi, siccome il ritratto m'interessava e anche perch pensavo di fare un piacere a quel pover'uomo, lo terminai prima del tempo stabilito, e senza false modestie ero contento del mio lavoro.
Telefonai all'industriale, ma mi risposero che era in viaggio. Dopo un mese, una mattina, comparve il mio uomo. Era vestito di grigio, con una cravatta mirabolante, un fazzoletto pretenzioso gli s'affacciava dal taschino ed era profumato abbondantemente con acqua di colonia inglese. Apr, un astuccio d'oro con sigarette che una fabbrica egiziana gli confezionava col suo monogramma stampato sulla carta.
- Sono deliziose, provi - mi disse. - Gliene mander qualche scatola, se permette.
Dinanzi al ritratto rimase freddo tanto che gli chiesi:
- Non le piace?
- Perfetto! Stupendo! Lei ha fatto un miracolo;  viva! Anche troppo viva!
Il tono delle sue parole, lo sentivo, non mi pareva convinto. Poi, schioccando un "Mah!", volt le spalle al cavalletto e and alla finestra.
Il suo contegno era cos strano che mi veniva voglia di dargli un pugno. A un tratto si volt e mi disse tutto d'un fiato:
- Lei  un artista e anche un uomo di mondo, pu capire come certe cose succedono. Ho preso moglie. Ora il ritratto...
- Non lo vuole pi?
- Gi, mi sarebbe... come dire? ingombrante. Ho trovato la parola giusta: ingombrante.
E non dandomi il modo di aprire bocca, continu:
- S'intende che i patti son patti, e questo  per lei.
Pos sulla tavola l'assegno, e prosegu:
- La tela  sua, gliela lascio, soltanto, deve cancellare la testa. Lei ha sempre tante commissioni e il corpo le potr servire per un altro ritratto.
Siccome restavo immobile, allibito, l'uomo annasp nella cassetta dei colori, afferr un tubo di biacca e una pennellessa, e dapprima leggermente poi all'impazzata, fece sparire quel dolce viso.
Non ebbi nemmeno la forza di protestare, e non soffrivo tanto per il mio lavoro distrutto, quanto perch quel bruto aveva fatto morire una seconda volta quella poverina alla cui immagine mi ero affezionato.
Poi l'ex vedovo se n'and leggero, quasi saltellante. Ma quando rimasi solo, creda - concluse il pittore - scoppiai a piangere, ma a piangere, senza potermi frenare, come non mi accadeva da tanti anni, come quando ero bambino".
E questa  la storia vera del ritratto senza testa.
 Mattutino
- Chi ti scrive? - domand Emilio alla fidanzata che leggeva l'espresso arrivato in quel momento.
-  la zia Polda: mi dice se per regalo di nozze voglio le posate d'argento o uno chque.
- Naturalmente, prenderai lo chque.
- E perch? - chiesero insieme Ippolito e Andrea al futuro cognato, mentre Ottavia mormor senza guardare in faccia Emilio:
- L'argenteria, ci vuole...
- Ci vuole! Ci vuole! - ribatt lui. - Sciocchezze! cose inutili!...
- Per te, tutto  inutile, - replic Andrea.
- L'argenteria  un lusso; le posate d'alpacca sono bellissime e paiono d'argento.
- Ma non lo sono.
- E che importa? L'argentatura  garantita per trenta anni. Poi, volendo, si fanno riargentare.
- Tiziano - disse ironico Andrea - le fece argentare tre volte.
- Matusalemme ventiquattro - continu sullo stesso tono Ippolito, - ma alla ventiquattresima volta le lasci quasi nuove per gli eredi.
- Avete buon tempo, voi, giovanotti! - sogghign Emilio.
I due fratelli gli voltarono le spalle, Andrea apr con violenza il piano e attacc Giovinezza. Ippolito, accese calmo la pipa, andandosene al buio sulla vasta terrazza.
Ippolito, Ottavia e Andrea, erano figli di un piccolo commerciante in pentole d'alluminio che si era arricchito durante la guerra.
Ippolito aveva frequentato l'universit, ma non si era addottorato. Era pigro e fantastico. Per acquietare la coscienza, si diceva: Anche D'Annunzio e Croce non hanno una laurea; non si pu essere schiavi di disciplina, se c' qualcosa in zucca.
Scriveva versi, novelle, commedie in un atto che faceva recitare a filodrammatici e meditava un poema in grande stile. A trentasette anni viveva sempre nelle nuvole, da dove spesso capitombolava nella realt quotidiana. Ottavia, minore a lui, come ragazza, andava sfiorendo, ma ventenne era stata assai graziosa, con gli occhi grigi lunghi lunghi, un po' socchiusi, e la pelle di quel bianco camelia privilegio di certe donne che hanno, come lei aveva, le trecce nere, bluastre, morbide e sguscianti, e i lineamenti infantili. Suonava la chitarra, cantava benino, e leggeva un romanzo al giorno, di chiunque fosse, non aveva predilezioni. Dopo un primo fidanzamento andato a monte alla vigilia delle nozze, proprio, quando con la morte del padre, anche la fortuna economica ebbe il crollo, era diventata cupa e parlava poco.
Andrea, nato nel periodo dell'abbondanza, da genitori quasi vecchi, era stato l'idolo di tutti, specie della madre che "gli avrebbe dato il cielo nel cucchiaino", come diceva Ippolito, facendo il confronto con la sua povera infanzia.
Andrea, presa la licenza tecnica, al momento della fortuna contraria, s'era collocato nello studio di un ragioniere; poi, siccome tutti lo assicuravano che assomigliava a Rodolfo Valentino, piant l'impiego e decise di darsi all'arte muta, in attesa che qualcuno, scoprendo il suo genio, lo trasportasse trionfalmente a Hollywood.
Da tempo, Ippolito voleva scrivere una poesia per Ottavia che si sarebbe sposata fra sei giorni, ma ora gli sembrava estremamente difficile.
-  vero - andava dicendo - che le odi per nozze, non sono pi di moda, ma poter riuscire a far qualcosa di veramente originale, e che una rivista importante la pubblicasse, la farei tornare io la moda!
Ah! poter essere qualcuno!
La natura e la vita, in fondo, non hanno che una aspirazione "poter essere!". E ripens al pavone veduto quella mattina ai Giardini, che al suo avvicinarsi aveva sventagliata la coda in bella mostra di s, manifestando il suo modo di esistere, di essere qualcuno. Il pavone, in quel momento, era un artista anche lui, non c'era dubbio.
Ippolito declam forte:
Donne, da voi non poco
la patria aspetta.
- Sfido io! lui - continu poi tra s - col patriottismo, il successo l'aveva assicurato... Io, per, vorrei fare qualcosa di pi lineare, di pi sintetico, per esempio sul tipo di...
Fu distratto da Andrea che nel salotto parlava forte, alterato; le parole gli uscivano con certi acuti, un po' in falsetto. Ottavia, al solito, taceva, taceva sempre. La noia di essere stato interrotto nelle sue fantasticherie, fu superata dalla gran piet per la sorella che, certo, non poteva amare quella specie di negroide con delle cravatte impossibili, con quattro anelli alle dita, e con l'eterno cappello piantato all'indietro nel mezzo della testa. Ma a Ippolito, pi di ogni altra cosa, dispiaceva il modo di parlare estremamente mellifluo di Emilio.
Andrea entr come un bolide nella terrazza dando un calcio a una poltrona di vimini che si trov fra i piedi.
- Finisce che l'afferro per il collo e lo butto dalle scale - mormor a voce bassa, con ira contenuta, e seguit a sbraitare contro quel mercante d'olio che, nella discussione, lo aveva chiamato: "Caro il mio cinematografaio!".
- Capisci? A me! Lui! Cinematografaio a me! Glielo far vedere io, a quell'ignobile pitocco, quello che sar capace di fare. Gi  di laggi... Terra di pipe! - disse con disprezzo.
La discussione era sorta il giorno prima a proposito di certe tovaglie che Ottavia aveva fatte ricamare; Emilio, al solito, fu contrariato:
- Sciocchezze, cose inutili! Sembra che il denaro, vi nasca nelle tasche!
La sera dopo, era arrivato con un involto lungo e sottile, molto ben fasciato di carta giallognola, fermato in cima e in fondo da due elastici.
- C' una sorpresa - aveva detto distendendo una tovaglia di tela cerata color burro a quadretti turchini. E siccome Ottavia e Andrea restarono muti spalancando gli occhi, egli disse:
- E che? Non vi piace? Questa non coster nemmeno la lavatura, senza contare che non si consuma come il lino, se avrai cura di avvolgerla ogni volta, - si rivolse alla ragazza - su questo bastone.
Ottavia assent con un cenno annoiato degli occhi. Andrea scatt in una risata esclamando:
- E sopratutto vi sar comoda per giocare a dama dopo cena.
* * *
Dal suo magazzino d'olio e di frutta all'ingrosso, dinanzi alla casa dei tre fratelli, Emilio, vedendo ogni giorno Ottavia, s'era persuaso che fosse una ragazza senza grilli per il capo e decise di sposarla, anche se le informazioni assunte gli riferirono che, della dote ormai, non restava che il melanconico ricordo. La vita di scapolo gli era divenuta pesante e il mangiare in trattoria, avrebbe finito col rovinargli lo stomaco. Per tre volte, a regolari intervalli, fece la domanda di matrimonio a Ottavia che da prima lo respinse quasi sdegnata: poi a poco a poco, fu quasi commossa per la tenacia di lui e le sembr molto buono. Gi sapeva che era laboriosissimo, senza vizi, e che gli affari gli andavano bene. Pens anche all'avvenire che le si presentava terribilmente incerto per lei non giovanissima e con quei due fratelli strambi ed abulici, dai quali sarebbe stato ingenuo sperare appoggio; e alla quarta domanda d'Emilio disse di s.
Subito dopo sposati partirono per Roma.
Ottavia rivedeva come in una nebbia la cerimonia, l'addio dei fratelli alla stazione, ma non sapeva affatto da quanto tempo il treno fosse partito.
Si scosse quando Emilio, prendendole una mano, le disse:
- Hai le mani morbide come la pancia dei gatti.
Ella si ritrasse arrossendo.
Nello scompartimento, c'era una donna grassa, vestita a bruno, con un cappellino a sghimbescio; una bimba piccola, accanto a lei le dormiva con la testa appoggiata sul braccio; un maschietto di sei o sette anni non stava un minuto fermo e la madre gli ripeteva di star buono se no a casa ne avrebbe buscate. Ma il ragazzo non l'ascoltava, evidentemente abituato alle inutili minacce.
A una stazione egli disse:
- Il treno si ferma, perch anche lui  stanco di viaggiare.
- Gi! Un po' di riposo gli ci vuole anche a lui - rispose la madre con tono melenso - anche il treno  stanco.
- Anche tu sei stanca - pens Ottavia di se stessa. - Sei stanca, ma bisogna andare avanti come se non lo fossi. Bisogna, non si torna indietro, non si pu. - E ripet mentalmente col ritmo del treno: Bi-so-gna, bi-so-gna, bi-so-gna!
Ora, la piccina s'era destata ed era voluta scendere, barcollando, aggrappandosi alle ginocchia di Ottavia, che, presala fra le braccia, se la strinse al seno con tenerezza.
- Avere una bimba come questa! - pens. - La felicit! Tutto il resto, sarebbe nulla.
Arrivati a Roma, presero una camera in un albergo modesto nei pressi della stazione. La stanza dava su un cortile stretto e scuro come un pozzo, con quell'odore equivoco di profumi grossolani, di tabacco, di polvere insetticida, come se tutta l'umanit che c'era vissuta passando vi avesse lasciato qualcosa di proprio.
* * *
Emilio scosse la moglie:
- Su, svegliati, dobbiamo andare a S. Pietro.
La donna spalanc gli occhi, e per un attimo non seppe raccapezzarsi dove fosse. Vide il marito in piedi, accanto al letto, meschino, con la camicia da notte molto lunga e bordata al collo e ai polsi da un gallone rosso e celeste. Ebbe un brivido di disgusto, tirandosi il lenzuolo fino al mento, e le sventolarono dinanzi agli occhi gli allegri pigiami di suo fratello Andrea.
Mentre prendevano il caff e latte, il marito, meticoloso, faceva il programma della giornata che sarebbe terminato col caff-concerto, l'unica cosa che lo divertisse. Poi, si ricord che le scarpe non erano state pulite. Ottavia si mosse per suonare il campanello, ma egli la trattenne:
- No, non chiamare. Le scarpe negli alberghi le sciupano, ci mettono il lucido cattivo, quando, per puro spirito di malvagit, non fanno come fece a me un maledetto facchino a Firenze che mi tagli la tomaia con una lama da rasoio.  vero che, allora, s'era al tempo dei bolscevichi. Da quella volta, viaggio sempre con tutto l'armamentario.
Trasse dalla valigia una scatola e la pos sul tavolino accanto al vassoio della colazione. E poich la moglie restava immobile, disse:
- Ho capito! Ti dovr insegnare a pulire un paio di scarpe. Cos, si fa.
Afferr un logoro spazzolino, vi sput sopra passandolo prima su una scarpa poi su l'altra e dato di piglio alla spazzola grossa si mise a lustrare con gran forza dicendo:
- Si capisce! sei una signora tu! Ma imparerai, imparerai... e guardava la moglie che, con le mani pallide e curatissime abbandonate sulla vestaglia rossa, immobile, seguiva i movimenti di lui.
- La vernice, credi a me, bisogna darla alle scarpe perch si conservino, alle unghie non...
-  necessario - continu Ottavia pronunziando le parole senza muovere le labbra.
- Ecco, hai capito,  proprio cos. E ricordati di far mettere i sopratacchi di gomma alle tue, se no, quando si torna a Milano saranno da buttar via.
Non un muscolo della faccia di lei si contrasse, mentre dentro le gridava un disgusto tragico:
- Come far a sopportarlo? Come far?
* * *
In San Pietro festa grossa, e fra tutto quello splendore la pena di Ottavia s'era come assopita. Siccome era l da parecchio tempo e aveva scambiata qualche parola con una che le stava a fianco, a un tratto disse:
- Beata lei, che  romana e pu venire sempre a vedere il papa e tutte queste meraviglie.
L'altra, una piccola giovane grassotella dall'aspetto poco intelligente le rispose parlando con la lisca:
- Macch!  la prima volta che ci vengo! Mi sono fidanzata la settimana scorsa, e lui  una guardia svizzera; ero curiosa di vederlo vestito con l'uniforme. Sa, non fo per dire,  proprio un bel ragazzo. Guardi, guardi, passa ora.  il secondo. Ma mi piace di pi in giacchetta, e a vederlo cos, mi viene da ridere.
Infatti, scoppi in una risata, scuotendo le spalle, e per non farsi scorgere, nascose il viso fra le mani.
* * *
La pena di Ottavia s'era quasi assopita nel fascino di Roma ma la ritrov rientrando nella camera d'albergo. Nel silenzio che passava mentre il marito le dormiva a lato, le parve di aver raggiunto il limite dell'infelicit umana.
- Cos  la vita - si disse - non si sfugge alla propria sorte - e fu invasa dall'accorata tristezza della fatalit. Si sorprese anche a ripensare alla giovinezza lieta, a Milano, ai fratelli; e si stup di vedere tutto lontano ed estraneo. In un breve sonno le parve d'esser circondata da tanti muri concentrici e che tutti crollassero ad uno ad uno schiacciandola in un turbino di polvere. Si svegli all'alba col cuore che le batteva forte. Una reazione piangente e miserevole s'era impossessata di lei subentrando alla tensione con cui aveva voluto fino allora tener saldi i propri nervi.
Una campana dalla chiesa vicina, suon lietamente a mattutino; la donna come distratta dalla sua pena, fece il segno della croce e preg:
- O Madonna! Fa' ch'io abbia un bambino, un bambino tutto mio, allora la vita sar bella, in qualunque modo.
E sorrise, alla speranza.
 Due cani
La vecchia villa toscana, semplice, massiccia, comoda,  circondata da un giardino rustico dove il pometo e l'orto hanno una gran parte, e solamente qualche siepe di bosso, lucida e pettinata, lo divide dai campi. Grano, olivi, vigna e ogni tanto l'austera grazia di qualche cipresso che verso sera  pieno di bisbigli. Non lontano il bosco con tanto di cartello "Bandita", ma i cacciatori di frodo, si sa, non hanno mai saputo leggere.
I fiori intorno casa crescono senza cure eccessive ed erompono ad ogni stagione con naturale semplicit.
Una mattina di marzo Concetta, la signorina bella, ha lo stupore di vedere che nella notte i mandorli e i susini si sono ingemmati, e dopo la gloria fuggevole di qualche giorno, ecco che da gran signori lasciano cadere uno sfarfallo roseo e bianco sulla bordura delle aiuole, dove occhieggia con una civetteria che  solamente sua, la mammoletta che ha gabbato tanti poeti romantici con la bugiarda modestia.
Pi tardi, si sa,  il trionfo delle rose! I bocci turgidi delle maggesi scoppiano tutti insieme e le quattro piante intorno al pozzo pare che profumino anche l'acqua. In tralci volubili, le rosette della China arrampicandosi fino alle finestre vanno a curiosare dentro la camera di Concetta, mentre la rosa tea fragile e aristocratica  accesa da caldi toni di conchiglia in certi tramonti che sembrano senza fine.
D'estate i gerani laccati di scarlatto gareggiano con le mazze di S. Giuseppe che sanno di mandorla amara, e i garofani nei vasi di coccio, allineati sugli scalei verdi, hanno una canna lunga che li sostiene perch non potrebbero reggere il peso di tutte quelle corolle.
L'autunno porta tante stelle viola, e lilla, e rosate, e dalie massicce di velluto, e anche crisantemi a ciuffi di un bianco opaco o color vinaccia, i modesti sancarlini piccoli piccoli, con quell'odore speciale fra l'amarognolo e l'acido, buoni soltanto per le tombe dei poveri.
Chi sa per quale capriccio quando proprio fa freddo, e tutti i fiori sono morti, la grazia del calicanto getta i suoi rami d'oro? Ma forse non  un capriccio quel suo fiorire d'inverno, ma solo un omaggio a Concetta perch abbia anche questa piccola gioia. Non somiglia forse Concetta a un ramo di calicanto?
Diciott'anni, alta, sottile, fragile, bruna, con gli occhi che seguono qualcosa che lei sola vede. Bellezza classica anche con l'abito moderno e la zazzerina di capelli lisci. Concetta  la figlia del padrone, un poeta. Ed  il suo canto pi perfetto ed alato. Tutti adorano Concetta, uomini e bestie, e Schicchi il danese fulvo, feroce e superbo, in posa di sfinge, pare che goda di sentire sul collo il piede arcuato di lei, mentre da nessun altro tollererebbe nemmeno una carezza.
* * *
Lulli  un bracco pezzato bianco e nero, a cui si contano le costole e appartiene a Gosto il contadino. L'avarizia sordida di quest'uomo  a posto con la sua coscienza perch dice:
- Per correre bene a caccia bisogna essere magri.
All'epoca delle sorbe, l'affamato si mette per delle ore sotto l'albero col naso in su, aspettando che ne caschi qualcuna che ingoia come una pillola; ma anche questo d ai nervi a Gosto, che con un risolino maligno di trionfatore che la sa lunga, mormora con quella sua voce in falsetto:
- Finiranno, finiranno anche le sorbe!
Qualche volta la moglie del fattore che  un po' lunatica, fresca, pettoruta, belloccia, s'impietosisce agli occhi supplichevoli e umidi di Lulli che pare chiedano proprio la carit, e gli getta due pezzi di pane secco ch'esso afferra a volo agitando la coda, e con dei mugolii di giubilo. Ma che cosa significhi avere lo stomaco pieno, proprio a saziet, certo Lulli non l'ha mai provato. Per se Lulli  felice, Gosto diventa di cattivo umore, e per quanto non osi dir nulla, ce l'ha con quella pazza della fattora, che sciupa il pane per quel mangia a ufo. Scimunita e smorfiosa, ch la domenica ha le scarpe con lo scricchiolo e arriva sempre in ritardo alla messa perch la gente si volti a rimirarla, quella bellezza rara! Lo dicono tutti che nella suola delle scarpe ci fa cucire un pezzo d'orecchio d'asino, per fare quel rumore che  un vero scandalo nella casa di Dio.
Schicchi  a spasso con la padroncina. Lulli che spia da lontano, vede che un servitorello ha deposto presso il canile un tegame enorme, e poich Schicchi non c' e la fame  grande, si precipita come un razzo sulla zuppa fumante.
Sembra impazzito per l'avidit e ingoia scottandosi il muso e il palato senza nemmeno accorgersene. E nemmeno s'avvede di Schicchi che, sbucato da qualche parte, s' slanciato con un ruggito da re terribile per compiere la vendetta gettandosi su di lui con l'irruenza furiosa dei denti e delle zampe.
La lotta  spaventevole: se non sopraggiungessero padroni e contadini, Lulli non se la caverebbe certo con quelle quattro graffiature sanguinolente.
Da quella volta l'odio fra i due cani  divenuto mortale. Odio del forte verso il pezzente ladro; odio di chi ha fame contro l'egoismo prepotente del ricco satollo.
* * *
Siccome certi fatti nella vita devono accadere quando scocca il minuto che il destino ha segnato, Lulli e Schicchi s'incontrarono al limite del bosco.
Quel giorno tutti erano presi dalla vendemmia e non s'era mai visto un raccolto come quello. Perfino Concetta aiutava pi bella che mai, con le forbici in mano e un panierino infilato nel braccio, il volto acceso, sotto una larga paglia fiorentina.
I cani si fermarono puntandosi rigidi a pochi metri di distanza e stettero ad osservarsi. Poi fu Schicchi che con passo felino si avvicin pronto all'assalto mentre Lulli stava sulle difese. Sembravano decisi anche a sbranarsi, e gi i musi si toccavano quando echeggiarono secchi, uno dopo l'altro, due colpi di fucile. Certo un cacciatore di frodo. E che tiratore scelto! Vendetta verso i padroni dei cani? Pura malvagit? Non si potette sapere mai.
Si udirono dei guaiti strazianti di dolore rabbioso, e le bestie si abbatterono l'una su l'altra. Schicchi aveva perduto un occhio e siccome Lulli era nato disgraziato li aveva perduti tutti e due.
* * *
Da quel giorno Schicchi e Lulli stanno molto insieme ed  commovente vedere come il danese vada incontro al bracco fino alla casa di Gosto, e quasi lo conduca poi a mangiare nel suo tegame. Pare anche che l'accarezzi col muso quadrato, mentre gli evita gli ostacoli, e certo gli dice qualcosa che nessuno di noi pu capire, ma deve essere un linguaggio di amore e di piet.
Probabilmente, cos per le bestie, come per gli uomini, l'amicizia  un dono senza prezzo, e nella legge di compensazione che governa la vita bisogna pagarla cara, anche carissima, com' successo a Lulli. Perch certo, egli non avrebbe mai saputo che cosa sia l'amicizia se non fosse divenuto cieco.
Resta soltanto a sapere se Lulli  meno infelice ora che non ci vede, o prima, quando implorava il pane con quegli occhi che avevano dell'umano, e che facevano proprio pena, anche alla fattora.
 Una lettera gialla
Il sole mattutino indorava di luce ambrata la vasta sala da pranzo posandosi sulle tovaglie azzurre e rosse, mettendo allegri scintillii sulle stoviglie fiorate e sull'argenteria. In quella fine di stagione le tavole erano tutte deserte meno due: ad una grande, cicaleggiavano sei donne d'et indefinibile con golfetti sgargianti e pettinature a chignon; alla piccola d'angolo Paolo Remi fumava la prima sigaretta della giornata aspettando sua moglie.
- Oh! finalmente - disse quand'ella entr. - Guarda che il caff e latte si sar freddato, fattene portare dell'altro. Io l'ho gi preso.
- No, fa lo stesso - rispose Anna sedendosi. - Ho fame. E questo sole  meraviglioso.
Sorrisero gli occhi chiari, sotto l'ala del piccolo feltro color tortora, prima ancora della bella bocca.
Continu imburrandosi un toast dorato:
- Che peccato partire! Vedi? Se tu non fossi stato cos impaziente per tre giorni di pioggia, avremmo avuto ancora delle giornate meravigliose. Verso il Brennero c' la neve, il che vuol dire bel tempo sicuro.
- Ma che creatura felice sei! Basta che tu vada in un posto, ti ambienti subito, ti ci trovi sempre bene, non vorresti andartene pi.
- Che c' di male? Chi sta bene non si muova. Non siamo stati felici qui?
- Certo.
- E allora che c' di male?
- Nulla di male, cara. Ma l'albergo cos deserto con solamente quelle brutte scimmie chiacchierone e saltellanti di fronte alla nostra tavola  troppo malinconico. Eppoi ho tanto da fare in citt. Per luned ho gi dato degli appuntamenti.
- Tanto da fare? Non esageriamo!
- Sicuro che ho da fare. Gi per te, io non faccio mai nulla.
- Non ho detto questo e non l'ho pensato. Credevo che non avessi nulla di cos urgente per avermi fatto fare il baule a precipizio, mentre che qualche altro giorno di questa quiete ti avrebbe fatto bene.
- Ma io sto benissimo.
- Lo so, caro.
- Non sono mai stato bene cos. Io sono gu-a-ri-to, perfettamente guarito - e scand con una leggera irritazione. - Perch, vedi? S, ecco,  un po', come dire? Un po' seccante, e anche un po' umiliante, che tu mi consideri ancora un essere debole, bisognoso di tutto e di tutti.
- Non di tutti, ma di me, caso mai.
Egli non volle rispondere e continu:
- Chi si busca un tifo, una polmonite, un'appendicite se la cava presto; o dentro o fuori, come si dice. Ma io, ho avuto il torto di ammalarmi di nevrastenia. Un anno di martirio, un anno!... ora  poco generoso da parte tua...
- Paolo! Ma che dici Paolo? Come puoi pensare cos? Chi  pi felice di me nel vederti forte e guarito?
- Scusa, scusami.
Attraverso la tavola le strinse la mano con tenerezza.
- Non vorrei mai pensare al passato. Scusa - ripet - sono stato ingiusto. So quello che ti debbo. Se non avessi avuto te! E sono tanto cattivo!
- Ma no, ma no - disse ella buona, materna. - Tu sei il mio Paolo e non mi devi nulla. Ti ho aiutato a guarire perch ti amavo, e l'amore  ricompensato da se stesso, perch non c' felicit pi grande dell'amore.  tanto semplice e naturale. Ma perch tornare al passato? Piuttosto non mi hai detto ancora nulla del mio tailleur nuovo, distrattone!
- Ma s, ma s, l'avevamo gi visto e ammirato. Ti sta a meraviglia.  semplice e giovanile.
- Troppo giovanile?
- Che sciocchezza! Sei cos giovane tu!
Si alzarono.
- Salgo un momento di sopra, Paolo.
- Ancora? Ma non finirai mai con queste benedette valige?
-  tutto finito. Voglio solo fare un giro d'ispezione in camera tua;  quasi certo che avrai dimenticato qualcosa secondo il solito.
-  probabile. Va', fa presto. L'auto  gi pronta.
Ella se ne and, svelta, leggera, quasi correndo su per la vasta scala. Attravers la sua camera, entr in quella del marito, apr l'armadio, il com alzando le carte stese in fondo ai cassetti, meticolosamente. No, questa volta Paolo non era stato distratto. Ecco, uno spillo da balia, un bottone da camicia, nulla d'importante. Fu nell'alzare il guanciale del letto per vedere se ci fossero dei fazzoletti dimenticati che salt fuori un foglietto giallino di carta solida leggera e stridente piegato stretto otto volte. Lo spieg febbrile con un tremito improvviso che le saliva dal petto e si propag alle braccia e alle mani mentre dovette inghiottire due volte con rapidit qualcosa che le chiudeva la gola, quasi a volerla soffocare. Non le era ignota n la carta simile a quella, n la calligrafia esageratamente rotonda e neppure l'inchiostro denso, nerissimo. Lesse, rilesse, non credendo ai propri occhi mentre un gelo mortale le attanagliava la testa.
" - A luned, amore. E tutta la gioia rinnovata per noi. Sempre".
- Ancora! Ancora! - ella mormor con un gemito.
Fu bussato alla porta. Cacci la lettera nella borsetta, pigiandola nel fondo. Cerc di ricomporsi.
- Avanti.
Una cameriera con un perpetuo sorriso sciocco e dall'andatura indolente e molle, avvisava la signora che il marito l'aspettava. Occorreva affrettarsi per prendere il treno delle quattordici. Le strade erano bagnate e l'automobile non avrebbe potuto correr troppo nella discesa.
- Dite che vengo, vengo subito.
Volle darsi un contegno. Si pass rapidamente il piumino della cipria dinanzi allo specchio dell'armadio e abbass sugli occhi troppo lucidi la tesa del cappello, poi scendendo la scala si aggrapp forte alla ringhiera per non cadere, tanto le gambe le tremavano.
Rientr abbastanza disinvolta in sala da pranzo. Paolo era presso la finestra e tamburellava con la mano sui vetri. Si volse udendo il passo di Anna e le and incontro.
- Trovato nulla?
- Nulla.
- Vedi che sono stato bravo una volta tanto.
- S, bravo - disse lei sentendosi morire.
Si avviarono all'ingresso, scesero in giardino. Il proprietario dell'albergo, grosso, alto, bonario, con la moglie piccola, grassottella dai capelli tutti bianchi e dai buoni occhi ridenti, erano presso l'automobile dove il facchino dal grembiule verde bandiera aggiustava le valige. La donna offr ad Anna quattro dalie purpuree screziate di bianco.
- Non c' nulla di meglio. La pioggia di questi giorni ha sciupato tutti i fiori. Ma ora torna il bello.
- Ora torna il bello - ripet Anna con un sorriso che le stir la bocca.
Il padrone, l'aiut ad infilarsi il morbido e caldo cappotto chiaro ch'ella si strinse addosso nascondendo la faccia nel gran bavero di pelliccia bionda.
- Arrivederci!
- Arrivederci!
- Buon viaggio!
Ancora un saluto con le mani.
- Ah! finalmente - esclam Paolo quando l'auto si mise in moto. - Finalmente!
* * *
Anna si rincantucci nell'angolo della vettura e chiuse gli occhi: sentiva che se Paolo le avesse rivolta la parola si sarebbe messa a piangere, e non voleva. Egli intanto pensava che forse sua moglie era stanca, o forse preferiva il silenzio in quella discesa ripida attraverso prati vastissimi dove il sole imbrillantava l'erba corta e bagnata.
Ancora, ancora, andava ripetendosi Anna, ma da quando?
Adesso comprendeva perch senza alcun motivo, ma con un pretesto o con l'altro, nonostante il caldo atroce, erano restati in citt fino agli ultimi di luglio, come ora capiva quella fretta di ritornare e gli appuntamenti che egli aveva per "luned"; certo non aveva mentito, oh no! C'era infatti l'appuntamento per luned. E lei stupida, stupida, che avrebbe voluto trattenersi lass e trattenerlo!
Non erano passati che due anni da quando ella aveva saputo che Paolo era divenuto l'amante di una viennese, divorziata, si diceva, che aveva frequentato il loro medesimo albergo in una villeggiatura svizzera.
Ricordava che vestiva spesso di giallo e che aveva la testa bruna, forte e maschia, ma incontrandola per via in citt non l'avrebbe forse riconosciuta. Era nota per le gambe bellissime che portava sempre nude e che sembravano fuse nel bronzo. Solo la sera, vestendosi per il pranzo metteva delle calze velatissime che davano alla gamba una morbidezza seducente.
La simpatia, l'idillio, erano nati sotto i suoi occhi senza che - semplice e credula - se ne fosse accorta. Fu solo in citt dopo molti mesi, ch'ella lo seppe e il suo stupore fu amaro e disperato.
Anima dritta e fiera, volle separarsi da Paolo per non essere umiliata e dare a lui il dono della libert. Ma giunto il momento del distacco, il marito le aveva chiesto perdono, aveva minacciato di uccidersi, aveva giurato che quello non era stato che un capriccio passato ormai, e che non aveva amato che lei al mondo, lei sola, la sua cara e dolce donna di prima e di sempre. Anna non domandava altro alla sorte che di perdonare e credere, e la vita sarebbe ricominciata serena e bella, se Paolo non si fosse ammalato, grave, come dicevano i medici.
Fu scossa da una brusca frenata, e dalle voci di Paolo e del conducente che inveivano contro qualcuno:
- Idiota! Imbecille! Sei sordo o dormi?
Un giovanotto altissimo, magro con una piccola testa di capelli rossi, selvatici, si dava moto per attirar da una parte due mucche pregne, enormi, che impaurite saltavano da un lato all'altro della strada, impedendo il passaggio. Anche quando poterono rimettersi in movimento, Paolo seguit a brontolare contro i pedoni e i carrettieri ubriachi fino dal mattino, che fanno ostruzionismo alle macchine e rischiano di far fare un disastro o per lo meno di far perdere il treno.
Si rivolse ad Anna:
- Non ho ragione?
Ella finse di non capire, tenendo gli occhi abbassati.
Fu poco dopo che avvert un dolore alla mano destra. Senza avvedersene aveva tenuto i gambi delle dalie nel pugno chiuso strettissimo e le unghie le si erano conficcate nel palmo. Distese le dita lentamente, tre fiori caddero, pesanti, frusciandole addosso; uno le rimase in grembo e attraverso le palpebre socchiuse le sembr una grande macchia di sangue.
Ripensando al tempo angoscioso, a Paolo malato, le pareva impossibile di avere avuto tanto coraggio, tanta resistenza. Certo, ora non ne sarebbe stata pi capace. Eppoi a che cosa era valso? Credente, ella aveva offerto a Dio quel patire perch il marito le fosse ritornato sano e fedele. E adesso invece...
Quante notti l'insonne non trovava pace altro che se la mano di lei si posava sugli occhi allucinati, mentre per tema che ella lo abbandonasse le teneva il braccio stretto! Ore ed ore cos, un martirio a cui sapeva resistere sorridendogli.
- Tu dormi? - le chiedeva ogni poco, ansioso.
- No, stai tranquillo, non ho sonno.
Oppure pietosamente rispondeva:
- Ho dormito, dianzi, quando tu leggevi.
- Perch se tu dormi, io mi sveglio, lo sai, e allora  terribile!
Gli pareva che un'orda di mostri, orridi, viscidi, spaventevoli gli si lanciasse addosso e che soltanto la fragile mano di Anna fosse una barriera insormontabile contro questi assalti.
Certe volte, ella era vinta da una cos disperata stanchezza che invidiava Fido il quale poteva dormire nel suo canile all'angolo della villa. Ma Paolo non voleva, o non poteva capire coll'incosciente, terribile egoismo di certi malati, quanto sua moglie soffrisse, purch egli potesse dormire. Poi, quando a poco a poco guar, senza bisogno di casa di salute e senza infermieri come i medici consigliavano, ma solo per la intelligente abnegazione di sua moglie, Paolo comprese che le doveva, pi che la vita, la ragione, e la consider come la grazia stessa, venuta in terra per salvarlo. Talvolta non poteva guardarla senza che gli occhi gli si inumidissero di tenerezza. E adesso invece...
Erano giunti alla piccola stazione.
- Abbiamo venticinque minuti, Anna, il tempo di prendere qualcosa.
- Va' tu. Io resto in sala d'aspetto.
- Sei di un umore insopportabile, oggi.
La donna non pot rispondere che dopo qualche istante:
- Scusa Paolo, forse  che mi sono alzata presto, forse lo scendere al piano cos alla svelta... non so. Ho un mal di testa feroce. Non posso nemmeno tenere gli occhi aperti.
- Ahi potevi ben dirmelo prima! E io che almanaccavo per indovinare che cosa tu avessi. Per sarebbe meglio mangiare no?
- Non posso, proprio non posso. Va' tu.
- Come vuoi.
* * *
Quando salirono in treno, ella si era imposta ormai la calma della rassegnazione. Parlare a Paolo, dirgli che sapeva la verit? Dirgli - e questa volta inesorabilmente - ch'ella lo lasciava libero? No, no, queste cose si sa come vanno a finire. Si arriva facilmente alle parole dure e ingiuste che lasciano la bocca amara, poi al momento di separarsi, vengono i toni morbidi; la commozione, tutta la ridda dei ricordi fa sipario alla realt di oggi, ritorna la bonaccia e non  che un accomodamento di poveri schiavi. Quanti esempi fra conoscenti e amici!
Se quella donna aveva saputo riafferrarlo nonostante il suo amore devoto, chiaro, infinito, certo avevano ragione loro. Quando l'amore finisce una vittima c' sempre, tutto ci  fatale come la stessa morte. Ed  assurdo che l'egoismo umano ne voglia due, tre delle vittime. Per che dolore al cuore! Proprio un dolore che pareva anche fisico. Vivere perch? Per chi? Per che cosa ormai? Non aveva figli, non parenti cari. Soltanto lui, Paolo, lui solo nella vita. Ricacci con uno sforzo supremo le lacrime che la soffocavano.
Sul divano di fronte una donna appoggiava la testa alla spalla del compagno e parlavano piano, fitto fitto, senza curarsi di lei. L'uomo era calvo, piccolo, con delle lenti spessissime sugli occhi scialbi. Aveva l'aspetto di un impiegato che si fosse concessa un'allegra vacanza con quella donna piacente e volgaruccia vestita in viaggio come per una visita, tutta merletti e volantini e scollata fino all'inverosimile. Anche le loro valige, la cappelliera, erano di cuoio giallo, troppo nuove, senza le etichette multicolori dei grandi alberghi, senza la protezione delle fodere. Tutto nuovo fiammante come la cravatta di lui bianca e rossa, come le scarpine di lei che dovevano farle un po' male perch aveva sbottonato il laccetto.
- Si amano - pens Anna. - Si amano. Che importa il loro domani?
Paolo fumava nel corridoio; cupo con quel tremito delle mascelle che gli era abituale nei giorni di cattivo umore.
Anna appoggi la fronte ai vetri del finestrino per sentirsi sola e non vedere che il paesaggio.
Un campo sterminato, forse di un trifoglio tardivo, tutto roseo come qualcosa d'irreale, di un rosa tenue, le fece venire in mente certe tele di Previati.
Passavano alternandosi piccoli floridi orti coi cavoli e ciuffi di fiori autunnali sgargianti di violetto e di giallo. Dinanzi a una cantoniera due enormi cespugli di bocche di leone di velluto color vino le ricordarono dei fiori simili in un giardino caro alla sua infanzia.
E siepi di robinie con spruzzature di oro vecchio, e qualche castello appollaiato sui monti lontani. Sul ciglione di un fossato un uomo con la camicia nera, teneva fra le braccia alte un piccolo bambino che salutava il treno.
- Addio, addio, innocente - rispose Anna col cuore a quel saluto. Ah! se avesse avuto un bambino! La felicit! E ritmando le sillabe al fragore del treno, si ripeteva:
- Sola, sola!
L'ombra viola, in un bosco fitto di abeti diceva la fine del giorno.
Pass l'uomo della vettura-ristorante per le prenotazioni.
Anna si volse. Non c'era pi nessuno. Forse la coppia era scesa a qualche stazione precedente e lei non se ne era accorta.
- Vuoi pranzare alla prima, o alla seconda serie? - chiese Paolo mettendo la testa nello scompartimento.
- Alla seconda, se per te fa lo stesso.
- Va bene.
Anna pens:
- Sar pi scuro.
Ma quando fu l'ora e Paolo venne a chiamarla ella protest ancora il mal di capo e non volle seguirlo.
Si guard intorno; tolse dalla borsetta la lettera, la stracci minutamente e la gett dal finestrino. Per un attimo quei pezzetti di carta le svolazzarono dinanzi agli occhi come farfalle gialle.
-  finito - si disse. - Paolo non sapr mai che io ho saputo, e il rimorso non deve attanagliare la sua vita. Succede assai spesso che uno sportello non sia chiuso bene e che qualcuno cada.
Si diresse a passo fermo nel corridoio deserto e lo percorse fino in fondo. Da uno scompartimento con le tendine abbassate, un bambino piangeva con un lamento assonnato.
Cerc di aprire lo sportello; un'unghia le si spezz fino alla carne: il dolore la scosse, ed ebbe la visione netta di quello che stava per fare.
- Sono pazza - si disse. - Sono pazza! O Dio! O Dio! perdonami per tutto quello che soffro, e dammi tu la forza di soffrire ancora.
Ritorn a sbalzelloni nello scompartimento e si stese, col cuore che le batteva forte per l'emozione.
Chiuse gli occhi, calmandosi a poco a poco.
Pi tardi Paolo, chino sulla moglie, le pass una mano sui capelli, chiedendo:
- Stai meglio?
E Anna senza aprire gli occhi rispose di s.
 Diomira
La convalescente apparve in sala da pranzo a braccio del marito; avevano messo una poltrona bassa con molti cuscini al posto della rigida sedia; il figlio e il cameriere le furono attorno perch si aggiustasse comodamente. Ma era un po' smarrita, come si trovasse in un ambiente nuovo, e le gambe le tremavano. Sorrise al marito che le aveva fatto trovare dinanzi al piatto un gran mazzo di mughetti, il fiore che ella amava, ma il cui profumo le dava ora uno stordimento, come la voce gioiosa del figliuolo che le parve troppo acuta. Dopo che il vecchio Emilio ebbe passato il vassoio degli spaghetti e che i piatti furono ben colmi, vi fu qualche minuto di silenzio.
Avrebbe voluto chiedere:
- Perch la bottiglia del servito antico? Perch i tovaglioli senza le loro buste? La tavola non era stata messa con la cura minuziosa ch'ella esigeva: tanti piccoli dettagli erano stati trascurati che prima della malattia ella non avrebbe permesso. Ma non se ne accorgeva il marito, non il figliuolo che mangiavano in silenzio, quasi voracemente, le prime forchettate di spaghetti fumanti.
Ella sorbiva il suo brodo vegetale come si prende una medicina insipida a cui si  fatta l'abitudine.
Ora guardava quasi con rassegnato stupore Giacomo, il suo figliuolo dalla vasta fronte e che sembrava anche pi ampia pei capelli folti, castani scuri tagliati a spazzola: nel volto maschio, dalle linee decise, dalla mascella forte e volontaria, gli occhi soli d'un azzurro semplice, come certi cieli d'aprile avevano un'espressione dolcissima quando rideva, ma soltanto allora ch abitualmente lo sguardo era freddo e tagliente.
E si rivide, madre diciottenne con quel batuffolino bianco, suo, che le dava da prima, pi che gioia, lo stupore del prodigio. Dove se n'erano andati quei capellucci d'oro pallido sui quali passava le dita leggere come sulla pi fragile cosa, quei capelli cos simili ai suoi di allora? E il primo sorriso e gli infiniti balbettii di certi risvegli e quei gridolini acuti di bimbo forte e ben pasciuto quando riuscito finalmente ad afferrare il piedino grasso se lo portava trionfalmente alla bocca? E che gioia quando la balia fu licenziata! Quell'estranea alla quale la madre gracile e senza latte aveva dovuto affidare il bambino con un misto di gelosia, d'umiliazione, di rancore verso la donna e verso se medesima.
Ma quando Giacomo ebbe quasi tre anni, oh! come erano divenuti amici. La giovanissima madre cos piccola, magrolina, amava vestirsi della stessa stoffa, del medesimo colore di quel suo bamberottolo: e sembrava una sorella che conducesse a passeggio il fratellino, cos vestiti tutti e due di azzurro, di bianco, di rosa, fino a che lui non fu un ometto e cominciarono gli studi.
Il padre e il figlio discutevano ora animatamente. Ella sentiva le parole: titoli elettrici, ribassi, tessili; udiva le parole senza capirne il significato.
- Bianco o rosso, signora? - chiese il cameriere. - Niente? Proprio niente? Ma s, un goccio appena, per rianimarsi un po'. Non  vero signor commendatore?
- Che cosa? - rispose il marito sentendosi chiamare.
- Dico che la signora  pallida: dovrebbe bere un pochino.
- Ma s, certo; bevi, Diomira, ti far bene.
- Bevi, bevi mammetta. Emilio, mescete alla signora.
La conversazione tra padre e figlio riprese animata. Che valeva essere guarita? Che cosa era ormai per quei due? Che cosa era sempre stata per suo marito?
Quando grand'-mre, l'unica parente che le restava, la fidanz a quel signore che quasi poteva esserle padre, e non aveva - oh, no! - nessun blasone, ma che possedeva parecchi milioni fatti in Oriente con svariati commerci, Diomira conosceva l'amore solamente a traverso i romanzi della Bibliothque rose; il matrimonio fu per lei una delusione paurosa, e il marito un estraneo al quale bisognava obbedire.
Le nozze furono celebrate in un castello della Lucchesia quasi intieramente riscattato da alquante ipoteche dal fidanzato, e grand'-mre, una marchesa di Francia che s'era ostinata sempre a non parlare che la sua lingua, aveva tirato fuori dai vecchi armadi una toilette di broccatello verdone tutta sbuffi, gale e con lo strascico di due metri, e aveva messo sui capelli bianchi, fatti a buccoli per la circostanza, una blonda spagnuola, vanto di cinque generazioni. A Carlo - il fidanzato - grand'-mre era insopportabile per quelle arie di regina detronizzata e perch pi volte aveva corretto il suo francese non del tutto perfetto; quel giorno cos vestita gli parve qualcosa come un colossale pappagallo, e pens con terrore che proprio a lui toccava darle il braccio, mentre la sposa li avrebbe preceduti con a fianco lo zio Jean tentennone e leggermente rincitrullito, vestito con certe falde incredibili e un fumaiolo per tuba. Ma il furore a stento represso, lo invase quando Diomira comparve infagottata nel rigido abito tutto fatto a punto veneziano e con una coroncina di fiori d'arancio appuntata ad un velo pesante, messo come lo mettevano le ragazze contadine per la processione del Corpus Domini. Gli parve una statuina di cartapesta, di quei gingilli caricaturali che si usavano nei primi dell'Ottocento.
- Bisogna - pens - ch'io mi occupi subito dell'educazione di mia moglie, o sono perduto.
Fu in viaggio di nozze che le disse:
- L'abito da sposa ti stava male.
- Possibile? - chiese Diomira stupita. - C'est grand'mre qui l'a brode exprs pour moi et pendant tant d'annes.
- Idiota - si disse Carlo tacitamente. - Come non l'ho capito subito che doveva essere un lavoro, anzi, il capolavoro di quel pappagallo? Non voglio dire - aggiunse poi - sar bellissimo. Di lavori femminili non me ne intendo. Ma quando apparisti vestita da viaggio, mi sentii come liberato da un incubo. Per troppo rigido il tailleur; la gonna esageratamente lunga, e quella spighetta per guarnizione  un pleonasmo. Certo, il tuo sarto sar famoso fra le istitutrici. Lo cambieremo, come la bustaia. In quanto all'abito di nozze, potrai serbarlo, se credi, fra i ricordi di famiglia.
Nella grande casa di citt una governante tedesca faceva filare il servitorame e Diomira girava per le vaste sale come un'estranea. Fu in quella solitudine disperata che si mise a leggere con frenesia, quasi con disperazione, di tutto un po', ma sopra ogni altra cosa prediligeva poeti e romanzieri, e furono i libri che le fecero conoscere gli aspetti della vita. Anche alla musica dedic molta parte del suo tempo, e spesso cantava. Ma certe volte si arrestava di colpo perch le pareva che la sua voce non fosse pi la sua e ne era come sbigottita.
Grand'-mre era morta pochi mesi dopo le nozze e Carlo, compunto e vestito di rigido lutto, pensava seguendo il funerale, che le cose si sarebbero messe pi lisce, ora che la buon'anima aveva voluto abbandonarli, e che ormai, padrone del castello, avrebbe provveduto a fame una cosa veramente bella e ricca, e a togliere di mezzo tutta la paccottiglia delle nobili e decrepite memorie.
Diomira fu molto afflitta; per quanto grand'-mre non le fosse mai stata prodiga di tenerezza, pure la sua scomparsa la lasciava definitivamente sola. Per non pagargli una pensione, Carlo consent a prendersi in casa Emilio, il cameriere di grand'-mre, e per Diomira fu l'unico filo che la legasse al passato. L'uomo, non pi giovane, dai grandi favoriti biondastri e dalla persona rigida, aveva per Diomira un'adorazione da cane e fu felice di seguirla la sua signorina, per quanto il commendatore Carlo non gli fosse proprio simpatico, e nella nuova casa non ci si trovasse bene. Una volta servendo il caff, chiam Diomira "signorina" per cara abitudine.
- Vecchio animale! - gli grid il padrone battendo il pugno sulla tavola. - Quando imparerai a chiamarla signora?
- Ti prego, Carlo - interruppe Diomira.
E guard Emilio con tenera piet mentre radunava le tazze e i portacenere sul vassoio. Il vecchio cap quello sguardo che voleva dire:
- Ci sono io che ti voglio bene, povero vecchio Emilio. Ti voglio bene come quando ero piccina e mi facevi giuocare laggi da noi e ci rincorrevamo intorno alla vasca dei pesci giapponesi dove c'era l'angiolino di pietra con le gote gonfie che gettava lo zampillo alto sulle salvie rosse.
Il cameriere era entrato in cucina con gli occhi umidi e si era buttato su una sedia mogio mogio.
- E che? Ti sei preso la sveglia? - gli chiese il cuoco, un romanaccio spregiudicato che pigliava la vita alla leggera.
Lo sguattero rise, come rise la cameriera, giovane insolente, imbellettata, con quel grembiale che pareva un fiore e non si sa a che cosa servisse, e quella gonnella attillata, e le scarpine lucide coi tacchi che sembravano trampoli. Ah! Dio sa che cosa avrebbe detto la signora marchesa, buon'anima, a vedersela d'intorno una figura come quella! Era andata in cucina perch il cuoco le facesse un espresso, ma proprio coi fiocchi, perch oggi non aveva voglia di lavorare, ecco, e c'era invece da cambiare i nastri alla biancheria della signora.
- Da noi - brontol Emilio - i signori sono signori e sanno come trattare, e certe parole, ai tempi della nonna...
- All'anima della nonna! - esclam il cuoco sbatacchiando per terra il candido berretto. - E quando la finirai con la nonna?
E qui tutti a ridere come pazzi, che alla cameriera gli and perfino il caff di traverso.
Emilio scapp infuriato. Screanzati! non sapevano cosa fossero i signori, quelli nobili davvero. Non sapevano, per esempio, che nel castello della Lucchesia, gli antenati della signora avevano il privilegio dei nobili. Lo aveva saputo fin da quand'era ragazzino che se un condannato all'arresto toccava anche un'inferriata della sua casa non potevano portarlo in prigione. E ci fu anche quando le soffitte erano piene di evasi dell'esercito napoleonico, e i signori davano loro da mangiare e il letto e di notte li facevano partire.
Questo episodio Emilio se lo raccontava mentalmente ogni volta che si sentiva afflitto e umiliato, e gli sembrava cos di riacquistare il prestigio, l'orgoglio, la fiducia in se stesso.
* * *
Per Carlo il matrimonio era stato un affare, non di denaro bene inteso, ma per il nome, e quando sua moglie era chiamata Donna Diomira, come le spettava, anche il suo casato piuttosto volgaruccio pareva acquistare un altro suono, come per penetrare in un certo mondo una moglie titolata era tutt'altro che inutile. Ma che donna, Dio mio! Una bambina, o "la mia scioccona", come la chiamava talvolta accarezzandola in momenti di tenerezza. Ma poi, affari e banca, banca e affari. Una volta l'aveva fatta risalire in casa perch si cambiasse certe calze che, secondo lui, non erano n intonate n abbastanza fini con la toilette. Quando Diomira ridiscese nell'atrio della casa, aveva un nodo alla gola e tratteneva a fatica le lacrime.
Carlo passeggiava avanti e indietro con le mani sulla schiena mordicchiando nervosamente la sigaretta spenta, annoiato di dover perdere tempo, annoiato di quella pupattola che metteva delle calze spesse con un vestito velato. Ma quando avrebbe imparato a vestirsi in un modo decente?
- Beh! che c' adesso? - le chiese in modo brusco vedendo l'afflizione di lei. - Non facciamo storie. Guardati attorno, piuttosto, e impara qualcosa. Come se non avessi altro da fare, io. E le perle?  inutile che tu abbia una collana che m' costata quello che m' costata perch tu porti quel gingillo da moglie di impiegato. Se ti lasciassi fare, credo che metteresti anche il boa di struzzo e l'aigrette alla colonnello.
E una volta per tutte prese la decisione di andare lui, regolarmente, nella sartoria pi in voga, a vedere i modelli e sceglierli per sua moglie.
Poi le diceva:
- Puoi passare il tal giorno per la prova dei vestiti.
Diomira obbediva, ma era come se andasse al supplizio, umiliata dinanzi alla grande sarta, ai mannequins, al tagliatore. Perfino la ragazzetta che reggeva le scatole degli spilli le dava suggezione cos grassottella, rossa di capelli, lentigginosa, col naso impertinente e certi occhi morati indagatori e pungenti: pareva canzonarla con un impercettibile riso di superiorit.
E certi suoi terrori per le scollature troppo azzardate, per le stoffe vistose, per i modelli eccentrici! Diomira aveva il gusto semplice che con l'esperienza si andava affinando con grazia ed eleganza tutta sua, e quell'essere costretta - e lo fu per parecchi anni fino a che non sorse in lei la coscienza chiara della sua personalit di donna bella e intelligente - quell'essere costretta a vestirsi come suo marito voleva, secondo la moda corrente, era cosa che la rendeva molto spesso infelice, perch le sembrava di essere una donna di lusso, e che l'anima sua fosse di stoppa, come quella delle bambole, che non ci fosse per lei una sola ragione di vivere.
* * *
Ma la ragione di vivere gliela port Giacomo, il suo figliuolo. Quanti sogni per lui! Certo, tutto ci che in lei era latente, sopito, di poesia, di arte, il figlio avrebbe saputo esprimerlo in opere belle e grandi. Forse sarebbe divenuto un pittore, un poeta, un musicista. Non dicono tutti che i maschi assomigliano alla madre? Gli raccontava tante belle storie, le pi strane, le pi fantastiche. Talvolta si stupiva lei stessa d'inventarle cos senza preparazione ed era contenta quando il piccolo le diceva: "Ancora! Ancora!".
E lei avrebbe continuato all'infinito se Giacomo non avesse piegata la testina e non avesse dovuto metterlo a letto. Talvolta gli cantava vecchie storie patetiche o burlesche e ridevano insieme tenendosi per mano, e davvero, quella era l'ora della felicit.
Anche le sere d'estate, dopo il tramonto, con certi cieli quasi verdi, uscivano in giardino e Diomira diceva a Giacomo: - Vieni, andiamo a chiamare le stelle. - E allora il piccolo, in punta di piedi, appoggiato al cancello, teneva un ditino sul naso per dire: Stiamo zitti - e con l'altra mano faceva un cenno come se chiamasse qualcuno su in alto.
- Ecco una stella, mamma, e ancora una, e ancora una. Sono io che le chiamo, vedi?
- S, tu le chiami e vengono, e dicono buona sera a Giacomo, eppoi vengono anche gli angioli bianchi quando Giacomo va a dormire.
* * *
A otto anni, Giacomo fu messo in collegio.
- Bisogna farne un uomo, - disse Carlo alla moglie che si disperava per questo distacco. Troppe fantasticherie, troppi toni morbidi. Se continua alla tua scuola ne vien fuori un effeminato, un bellimbusto. E la vita, non  come la vedi tu, ma come la conosco io, credi a me, "cara la mia scioccona".
Si dovette abituare ancora alla solitudine, ma certo il distacco da Giacomo fu atroce: in alcuni momenti era arrivata a odiare suo marito per questo atto che chiamava di crudelt.
Ogni volta che per le vacanze il ragazzo tornava a casa, se lo stringeva al cuore come a riacquistare un bene perduto e ritrovato, ma a poco a poco si avvedeva che quel suo tenero agnellino si trasformava in leoncello ed era forte, acuto, ed anche violento. Favole? Poesia? Musica? Niente, niente pi.
Una volta ella suonava un pezzo di Chopin e Giacomo le disse:
- No, mammetta, ti prego con queste melanconie che fanno sbadigliare; suona qualcosa di allegro, una bella marcia, e picchia forte.
Ella aveva chiuso il piano e le mani le tremavano; per molto tempo non aveva pi potuto riaprirlo.
Fu quando Giacomo torn a casa dopo la licenza ginnasiale che chiese a suo padre:
- Di', pap: quanto costa un figlio?
Il padre lo guard senza comprendere.
- S, io desidero sapere che cosa ti costo all'anno, che cosa ti sono costato da che sono nato, che cosa ti coster fino a quando non guadagner da solo. S, s, non ti meravigliare. Io voglio rimborsarti di tutto quello che ti sar costato. Ogni uomo deve pensare a se stesso anche per il suo passato.
Il padre dette in una sonora risata di compiacenza e con un "non esagerare!" gli batt affettuosamente la mano sulla spalla.
Ma la madre rimase allibita:
- Tu? tu? tu? Il figlio mio! - mormor. Ma n il padre n il figlio la udirono.
Ella corse in camera sua, si chiuse a chiave, si gett sul letto con dei singhiozzi come se fosse una bimba battuta.
E in quel gran pianto si ricord d'improvviso una storia dimenticata che qualcuno le aveva raccontato quand'era ancora ragazza e che allora l'aveva fatta ridere pazzamente, e solo adesso, d'improvviso, dopo tanti anni, comprendeva l'amarezza di quella storia e le parve simile alla sua.
Le avevano narrato, che in Calabria c'era stata una volta una vecchietta con un figlio discolo, e ad ogni malefatta la madre gli ripeteva:
- E pensare che ti ho dato il mio latte!
Egli, da bambino a uomo fatto, s'era sempre sentito ripetere questa frase:
- E pensare che ti ho dato il mio latte! - finch una volta non potendone pi rispose:
- Sentite mamma: quanto costa al litro il latte di capra? Tanto? Ebbene, tanto. Quanti litri di latte beve al giorno un bambino? Tanti? E sia. Per quanto tempo mi avete dato il latte? Per due anni? S, benissimo. Ebbene tanti litri, a tanto al litro fa... e fatto il conto, gett sul tavolo, alla madre, la somma calcolata aggiungendo:
- Ora il latte che m'avete dato ve l'ho pagato, e per tutti i diavoli, non se ne parli pi.
* * *
Dopo colazione furono Giacomo e il cameriere che sorressero Diomira fino al piccolo salotto azzurro dove abitualmente si prendeva il caff. Come l'aveva stancata lo stare seduta a tavola, e come ora le dava la nausea quel terribile sigaro di Carlo! Chiuse gli occhi; comprendeva tutto, ma era incapace di fare il movimento pi lieve, e le sembrava che la vita le sfuggisse dalle mani, con un misterioso senso di ambascia quasi deliziosa.
- Povera mammetta,  ancora debole.
- Quelle bestie dei medici che l'hanno fatta alzare troppo presto. Una bella batosta, poverina!
E il marito le pass la mano sui capelli guardandola con compassione.
- Mah! - aggiunse poi - devo andar subito in banca.
- Ti accompagno pap. Emilio, pensa alla signora.
Quando la donna pot riaprire gli occhi, il servo le stava vicino e la contemplava con umile trepida tenerezza. Aveva lo sguardo lustro per il pianto rattenuto.
- O Emilio, o Emilio, - disse Diomira con la voce della disperazione - ma perch Dio non m'ha fatta morire? Ma perch Dio non m'ha fatta morire?
 Buon viaggio
Appoggiata al parapetto del grande terrazzo Elena strappucchiava coi denti una foglia di cedrina, mentre Giovanni, poco discosto da lei, seguiva chi sa quali sogni dietro il fumo azzurrognolo dall'odore lievemente aspro della sigaretta.
Dinanzi a loro il sole moriva sul mare.
- Tu esci? - chiese la donna senza voltarsi.
Egli parve non comprendere ed ella ripet:
- Tu esci?
- Vuoi che esca?
- Io? Ti pare? Chiedevo... cos...
Fu dopo un silenzio non breve che Giovanni parl continuando un suo muto ragionamento:
- Forse, un uomo, per te,  sempre un egoista.
- Forse.
- E non hai torto, ma l'uomo, o almeno certi uomini, amano, proteggono, difendono la donna che si affida ciecamente. La donna, la cui forza  solo in lui e la cui vita  soltanto nell'abbandono dell'uomo amato, la donna che sarebbe pronta a scomparire agli occhi del mondo, a rimanere nell'ombra, solo vivendo per l'amore di lui, se ci fosse richiesto dalle necessit dell'uomo che ama.
- Sicch, in una parola - interruppe Elena con voce fredda - dovrei rinunziare alle mie amicizie, ai miei innocenti amici alle soddisfazioni mondane cos care ad ogni donna per essere amata da te, vero?
- Sai bene che ti amo lo stesso, e sai pure che soffro tutte le pene, tutte le torture quando il mondo mi ti prende, cio quando a lui ti dai, poich sei tu che non puoi viverci lontana. Non  vero?
- Verissimo. E chi te l'ha mai negato? Da prima, quando ci siamo conosciuti, io ero convalescente, debole, e la tua tristezza mi piacque, ti dir di pi, la compresi, profondamente come compresi la tua arte, quelle tele dai cieli melanconici, dalle donne pallide che sembrano vivere soltanto per l'abbandono delle mani stanche, quei tuoi paesaggi dagli alberi contorti, quasi dolorosi. Tutto, tutto io amai e compresi nella tua arte come nella tua vita.
- E ora? - chiese Giovanni trepidante - e ora?
- Ora... ma perch dobbiamo dirci delle cose amare? 
- Tutto dobbiamo dire - insist il pittore - tutto, come al tempo del nostro amore perfetto, quando fra noi non v'era pensiero che fosse taciuto; tutto dobbiamo dire, ora.
- E sia - disse Elena, avvicinandosi all'amico, prendendolo per le mani, trascinandolo quasi fino alla panca di legno verde nell'angolo, presso l'oleandro bianco.
- Ascoltami, Giovanni, e non volermi male per quello che ti dir. La colpa non  n mia n tua. Siamo troppo diversi. Tutto, tutto in te, tende al disfacimento, dall'espressione del tuo volto, alle tue parole, alla tua arte. Tu hai una troppo terribile predilezione per tutto ci che sa di cadaverico, di disfatto, per i morti e le cose morte. I tuoi languidi ricordi non sono che a base di lacrime, di brandelli d'anima, di gocce di sangue.
-  la vita,  la vita che m'ha fatto cos. Tu avessi sofferto quello che io ho sofferto!
- Ma i veramente forti non piegano al dolore, si ribellano, lo afferrano, lo gettano lontano, lo vincono!
- Come ragioni tu! Sembri un filosofo, non una bella donna!
- Ma no, caro, ma no. Che c'entra la filosofia? Io amo la vita, ecco tutto; quello che  sparito  sparito! Sulle cose scomparse procuro di fare delle belle corone alla vita, non degli incitamenti allo spleen. Degli alberi morti noi facciamo la fiamma per il calore del nostro corpo, per la gioia degli occhi. Cos  di tutto, credi, cos deve essere di tutto.
- Sei forte, tu!
- Non lo so. Ma certo  che vedo la vita praticamente, ecco; so che  corta, che vi sono parecchie seccature, che bisogna evitarne il pi che sia possibile, e che la fortuna va incontro a chi le sorride. A me piace ridere e cantare.
- Tu non mi ami, non mi hai mai amato.
- Che ne sai? Che ne sai tu?
- Non mi hai mai amato, nemmeno quando hai detto di amarmi.
- Hai torto a non credermi, ti amavo sincerissimamente, profondamente, come del resto ora, ti amer sempre, anche quando sar lontana.
- Te ne andrai? Te ne andrai? - balbett egli sbigottito.
- Non tremare. Me ne andr. Se restassi finirei con l'aver disgusto del nostro amore. Amo la vita, io, e il tuo amore mi opprime, mi soffoca, mi uccide; io voglio vivere, voglio! Lo capisci questo? Tu sei una grande anima ed io non sono che una povera creatura. Il tuo amore  troppo grande, troppo sublime per me.
Giovanni singhiozzava, convulso. Elena gli pass la mano sui capelli.
- Non voglio che tu pianga: ti fai male, mi fai male: sii forte e credi alla sincerit della mia anima che disse la parola d'amore quando non aveva obbligo di dirla, perch ti amai, ti amo, ti amer sempre per qualche cosa che ho scoperto in certi tuoi quadri, in qualche tua immagine e che mi commosse e che mi rivel ci che occhio profano, forse, mai avrebbe veduto nell'anima tua. Ho creduto di poter vivere con te, noi due soli, come in un sogno. Mi sono sbagliata. Non  pi possibile. Sii forte. Forse  bene che abbiamo parlato. Dianzi, quando ti ho chiesto se uscivi te l'ho chiesto perch lo desideravo... Volevo partire cos, senza il dolore del distacco. Volevo evitartelo, evitarmelo...
Giovanni si alz di scatto, pallidissimo, rigido trasse l'orologio dal taschino e disse con voce ferma:
- A che ora parti?
- Col diretto delle nove.
- Hai appena il tempo di vestirti.
Ebbe il desiderio di chiederle dove andasse, da chi andasse, ebbe il desiderio di stringerla forte tra le braccia, di baciarla, di scongiurarla a restare, a concedergli anche l'elemosina del suo amore. Tutto, tutto sarebbe stato preferibile all'idea di non vederla pi. Ma non si mosse, non disse una parola.
Elena, un po' commossa, gli si avvicin carezzevole:
- Non mi serbi rancore, vero?
E siccome egli ostinatamente taceva, ella supplic:
- Nulla mi dici? Nulla?
Giovanni le tese la mano freddissima con un gesto fermo e disse solo:
- Buon viaggio.
La donna lasci la mano dell'amico e scomparve rapida dietro l'oleandro. E in quelle due parole che sembravano aride ed erano pur tragiche, c'era tutta la entit di un mondo scomparso per sempre, pauroso e terribile fatto di amore, di rimpianto, di desiderio.
 Colui
Patrizia aveva quasi trent'anni, era sola e s'annoiava. Anche si sentiva molto infelice, ora che intorno alla villa gli alberi si tendevano scheletriti verso la livida nuvolaglia. Nel crepuscolo brumoso le sembravano anime imploranti, e i quattro cipressi neri ai lati del cancello i severi guardiani di quelle anime e della sua solitudine.
Come spariva la vita intorno a Patrizia! Anche il pechinese morbido e biondo-tabacco aveva chiuse quelle pallottole degli occhi per dormire fra le radici dell'ippocastano, nonostante che Patrizia lo avesse nutrito di latte, riso, biscotti al malto e gli avesse somministrato incredibili dosi di fosfati, secondo le prescrizioni di un veterinario elegante. Patrizia aveva pianto, e s'era decisa a non prendere mai pi cani di lusso che sono troppo delicati; s'era fatta dare dal giardiniere un cucciolo simpaticone e plebeo che era molto divertente con quel muso baffuto, barbuto, spinoso come quello di certi vecchi professori. Ma in pochi giorni Plleri aveva rosicchiate le gambe di tre seggiole, le scarpine di lucertola della padrona e innaffiato, con regolarit da coltivatore pedante, quel praticello verde tenero a fiorellini paonazzi e gialli che era lo scendiletto di Madama, la governante di casa, e mentre l'arcigna signora faceva un giorno il consueto pisolino sulla bassa poltrona e la parrucca le era scivolata di traverso, Plleri, con un salto, l'aveva addentata fuggendo poi come un razzo in fondo al giardino, dove ne aveva fatto scempio riducendola simile al pennecchio di canapa da mettere nella rocca.
Madama, svegliandosi di soprassalto, si era messa a strillare come un istrice, mentre la servit, accorsa con Patrizia, si torceva dalle risa, senza piet, alla vista di quella zucca pelata, dove nel bel mezzo s'ergeva unico superstite, un ciuffetto di capelli rossigni che, per la collera della proprietaria, s'era drizzato rigido e prepotente.
Patrizia, quando fu tornata una calma relativa, aveva detto a Plleri che pareva ascoltarla con un occhio chiuso e uno aperto:
- Plleri, sei un maleducato, un vero vassallone; ma sei anche un innocente, e voglio salvarti dal furore di Madama: vuoi dalle sicure pedate, se fiducioso andrai intorno ad annusarle l'orlo dell'ampia gonna, vuoi da una, ancor pi sicura e misteriosa polpetta, che un giorno o l'altro ti manderebbe a tener compagnia al pechinese.
Il cane sembrava molto compreso e scuoteva quel mozzicone di coda come se assentisse al dire di lei.
- Tu non lo sai, Plleri, - continuava Patrizia, - ma un proverbio tedesco afferma che la sorte protegge quelli che manda a viaggiare lontano. La nostra sorte pare che si ostini a tenerci immobili come paracarri. Vogliamo fare una bella cosa, Plleri? Se andassimo io e tu a cercarla, la sorte? Forse la incontreremo per qualche strada soffice di neve fresca, librata, con la punta del piedino, sulla ruota che scivoler rapida e silenziosa. La riconosceremo dal candido peplo, dalle ali spiegate, dagli occhi bendati: ci passer rasente, Plleri. Ma tu sta' attento di non andare a finire sotto la ruota con qualche salto inopportuno e senza grazia. Pu anche accadere che la cieca mi tocchi con la portentosa bacchetta in segno di protezione. Ho deciso, Plleri, si parte.
Il cane non ascoltava pi la padrona: con altissimi lanci, che spesso gli facevano perdere l'equilibrio e lo mandavano a rotolare come un gomitolo sul pavimento, s'era infatuato a volere azzannare quel quadratino di chiffon color melo col quale la padrona aveva giocherellato durante il suo discorso.
- Ma no, ma no, Plleri, lascia stare il fazzoletto; lascia ti dico! Me lo strappi! Mi costa settantacinque lirette: l'ho comprato avantieri e non consideri, Plleri, che ci ho messo anche sei gocce di profumo prezioso. Plleri, quando ti deciderai a diventare un cane ragionevole?
Poi, perch durante il viaggio Plleri non avesse a soffrire il freddo, Patrizia, gli fece, a maglia tunisina, una specie di qualdrappa color ceralacca, con lana molto morbida, che lo fasciasse tutto e lo tenesse ben caldo.
Partirono una mattina a mezzo febbraio, varcando a Chiasso la frontiera.
* * *
Quando quel signore alto e magro dalla faccia asimmetrica le s'inchin prendendo posto al tavolino accanto al suo, nella sala da pranzo dell'albergo, Patrizia si chiese tra ironica e stupita:
- Chi sar mai colui? Sembra venire dal paese dello spavento.
Era leggermente superstiziosa e il vicino le parve alquanto sconcertante. Osservandolo meglio, durante il pasto, vide che aveva nello sguardo la cupezza di coloro che non cantano mai, e le mani bellissime.
Dopo alcuni giorni, Patrizia fu sorpresa di constatare che l'ignoto signore la seguiva quando lei, che amava tanto camminare, usciva col cane, e per raggiungere il centro della citt, percorreva la via pi lunga.
A mezzo tragitto riconosceva il rombare della macchina di Colui, che rallentava per salutarla con una gran scappellata quando le passava vicino, e riprendeva subito la massima velocit.
Patrizia era sicura d'incontrarlo pi tardi, a piedi, o sotto i portici della vecchia Berna, dove lei sostava attirata dalle vetrine che le suscitavano sempre urgenti necessit d'acquisti, o all'ora del t nella pasticceria di lusso.
Patrizia lo aveva battezzato Colui e pensava:
- Forse  uno sconsolato come me, o pu darsi ch'io sia per conoscere l'ultimo dei romantici.
Quella corte a distanza, muta e rispettosa, talvolta le piaceva; tal'altra il ritrovarsi Colui sempre sui propri passi le dava fastidio, come quel pomeriggio che, o l'aria troppo frizzante e leggera, o le continue soste di Plleri, le avevano messo i nervi in stato vibratorio.
- Oggi, - si disse, quando lo scorse in apparente contemplazione della fontana dei suonatori di cornamuse alla Spitelgasse, - oggi, caro il mio Colui, vado dalla sarta, e avrai voglia di aspettare! La scelta d'un vestito non  cosa da sbrigarsi alla svelta, e io non mi far un vestito, ma due, forse tre, e con sicurezza un cappotto morbido e caldo di tipo sportivo che mi sar comodo per salire al Gurten. Voglio uno scozzese a quadratoni, col bavero e le manopole di volpe rossa. Mi star benissimo, mi far sembrare pi giovane di dieci anni. Dunque, signor Colui, rassegnati ad aspettare.
Dalla sarta fu lei che dovette attendere nel salottino dorato dove c'era un odore di chiuso irrespirabile e un caldo asfissiante. Sfogli un subisso di figurini, pass pi volte in rivista i fasci di campioni rilegati con duro cartone, a gruppi, a grappoli, appesi alla maniglia delle finestre, ai paletti delle imposte e al termosifone. La sarta non veniva. Plleri s'era acciambellato sopra un cuscino di velluto grigio e dormiva. Patrizia, nervosa, gli aveva tirati i baffi un paio di volte perch si svegliasse e le tenesse compagnia, ma il cane aveva uggiolato un poco e ficcato il muso fra le zampe per difenderlo, s'era rimesso a dormire.
Patrizia era furiosa. Tutte le clienti della sarta si erano dunque dato appuntamento prima di lei?
Per uno strattone al guinzaglio Plleri fece un volo e si trov per terra, tentando inutilmente di stiracchiarsi, perch la padrona scendeva svelta svelta le scale e lui era quasi trasportato; ora le zampettava a fianco, mentre Patrizia si diceva che per lei l'attesa, qualunque attesa, era una cosa insopportabile.
- E come fa Colui ad aspettarmi ogni giorno e per tanto tempo? - si domand. Gi s'immaginava di vederlo impalato col naso rivolto alla Zeitglocke, ma non scorgendolo da nessuna parte fu un po' delusa. Anche Colui dunque s'era snervato nell'aspettarla? E concluse che felice era soltanto Plleri, che poteva dormire a volont ingannando qualunque attesa.
Patrizia entr nella pasticceria di lusso, gremita a quell'ora. L'unico tavolino libero era accanto a quello dove Colui sorbiva il t.
Quel pitocco di Plleri si mise a scodinzolare strofinandoglisi ai pantaloni per avere un quadretto di zucchero, che Colui gli dette, eppoi un altro e un altro ancora.
Patrizia era allarmata per le disastrose conseguenze che a Plleri ingordo, avrebbero procurato tutti quei quadretti e disse rapida rivolta a Colui:
- Prego, non gli dia pi zucchero, gli farebbe male.
- Nemmeno i cani possono dunque avere la vita dolce?
- I cani, meno degli uomini, - rispose Patrizia.
- Concluderemo allora che soltanto alle signore, anzi alle belle signore, sar riserbata ogni dolcezza.
Patrizia rise, mentre Colui, alzandosi, si presentava. Era uno scrittore francese di cui Patrizia aveva letto i romanzi, e fu contenta di conoscerlo.
* * *
Nei giorni che seguirono, stavano spesso insieme. Colui aveva un po' la voce affannosa come quella di certi bambini timidi. Parlava poco di s, ma faceva molte domande a Patrizia, forse per curiosit di scrittore, pi che per interesse umano.
-  credente? - egli le aveva chiesto un giorno.
- Che vuole che le dica - aveva risposto lei con semplicit, che Colui trov adorabile. - Sono stata dieci anni al Sacro Cuore, dove mi hanno insegnato la fede, e allora... dico "di s". Per se a volte mi metto a ragionare dico... "di no". E allora, rinunzio a ogni ragionamento per dire "di s".
- Questo  squisitamente femminile.
- Non so se sia un privilegio di noi donne respingere istintivamente le questioni complicate. Certo, oggi, l'umanit  assillata come forse non mai dal problema religioso. Ha visto? - disse mostrandogli un libro che aveva acquistato proprio allora. - E non solo Gide ha il suo vrai drame.
Plleri adorava Colui. Appena lo vedeva gli saltava intorno a fargli festa e non smetteva fino a quando non avesse ricevuto qualche carezza. Patrizia ne era un poco gelosa, e lo disse a Colui che le rispose con quella sua voce un poco affannata e una gran tristezza negli occhi:
- Signora, lasciate che almeno un cane mi voglia bene, e poich  il vostro, tanto meglio.
Poi, senza forse rendersene conto, prosegu:
- A volte mi chiedo quale natura  mai la mia. Fuggo la gente, la gente piatta, volgare, rumorosa, che gioca, balla, si diverte, o peggio, ozia beata senza coscienza. Eppure, certi giorni la solitudine mi strazia. Ieri, ieri sera, - lei mi pu capire, - ho pianto. Eppure mi domando: "Potrei non star solo?". Se non sembrasse letteratura vorrei dire con Amiel: "Ho l'epidermide del cuore troppo sottile, l'immaginazione irrequieta, la disperazione facile e le sensazioni troppo prolungate".
Aggiunse dopo un breve silenzio:
- Specialmente quelle del dolore che si ripercuotono come onde infinite.
Quali furono le parole consolatrici di speranza, di fede che sgorgarono materne e fraterne dall'anima di Patrizia se a Colui batteva forte il cuore ascoltandole e quando si dettero la buona notte aveva gli occhi sfavillanti, come rinnovati?
Pens: "Questa  la mia donna, quella sempre sognata. Domani, domani le parlo".
Patrizia and a dormire lieta, leggera, come quando fanciulla chiudeva le palpebre con la certezza che il nuovo sole le avrebbe portato qualcosa d'infinitamente bello.
...
Stava appoggiata alla spalletta sul ponte di Kirchenfeld, da dove si vedevano, splendidi tutti, i ghiacciai dell'Oberland, quando Patrizia scorse la macchina di Colui e sorrise di gioia mentre Plleri s'era slanciato incontro a corsa pazza.
Un uomo si par dinanzi all'automobile col passo dell'ubbriaco non del tutto cotto, che va da un lato all'altro della via col moviment irregolare di molla guasta. Colui sterz di colpo, e fren. L'uomo era incolume, ma la ruota passando su Plleri, l'aveva schiacciato.
La gualdrappetta color ceralacca assorbiva tutto il sangue, e nemmeno si vedeva.
* * *
Colui raccolse Patrizia svenuta, la depose nella macchina e fil all'albergo.
Era veramente desolato.
Pi volte, durante la sera, fece chiedere notizie della signora; le scrisse anche un biglietto, supplicandola di riceverlo per dirle tutta la sua afflizione, per chiederle perdono.
Patrizia gli fece rispondere che era troppo emozionata e stanca; gli augurava la buona notte. Domani, domani si sarebbero riveduti.
Ma all'alba, quando tutto l'albergo dormiva. Patrizia part.
- Bisogna dar retta alle prime impressioni, - si disse, mentre il treno la conduceva verso il suo paese.
- Gli occhi di Colui, quando lo vidi per la prima volta, mi avevano data una sensazione di pena sgradevole, cos misteriosi, disperati e cupi.
Bisognava fuggirlo, dimenticare perfino la sua voce e tornarsene a casa, senza Plleri!
- Via, via, via, - ripeteva Patrizia scandendo le sillabe, come se volesse spingere, ansiosa, la corsa del treno.
Avvicinandosi all'Italia, le montagne avevano la neve sempre pi in alto, e sulle prode dei campi c'erano gi le primole e le mammole. E siccome, in fondo, Patrizia era ottimista, pens:
- Fra pochi giorni, anche nel mio giardino, chi sa che sfarfallo di petali.
 Sterpaccio
Giuditta la moglie di Guido Baldi, piccolo impiegato, aspettava il primo figliuolo e si rivolse all'Argentina, l'ortolana, perch le procurasse una buona ragazza senza grilli per la testa e con poche pretese, disposta ad aiutarla nelle faccende di casa; e se fosse stata una campagnuola tanto meglio, che l'avrebbe educata lei a modo suo.
Ma quando Ctera si present accompagnata dall'Argentina che la spingeva avanti, Giuditta e Guido si scambiarono uno sguardo di preoccupata diffidenza.
Era piccola, magra, il volto mezzo nascosto da un fazzoletto fiorato, uno scialle scuro sulle spalle, il fagottino delle sue robe sotto il braccio. Aveva gli occhi arrossati e un po' strabici, senza ciglia, la pelle opaca e tesa gi segnata da qualche ruga agli angoli della bocca grande e pallida, coi denti giallastri e appuntiti.
Era difficile darle un'et.
- Quando sei nata? - le chiese la padrona.
Rispose con voce forte e monotona:
- Sono nata quando bruci la chiesa al mio paese.
- Ma quanti anni hai?
- E chi lo sa? Sono nata quando bruci la chiesa al mio paese - ripet con la stessa cadenza.
- Hai parenti?
- Lo zio Antonio, e la zia Terzilla.
- Nessun altro?
- Nessuno.
Arross abbassando gli occhi.
Non era mai stata a servizio, e al suo villaggio nella montagna di Modena, aveva sempre portato le pecore al pascolo e filata la lana d'inverno. Fu convenuto che restasse per poche lire al mese; in pi la padrona le avrebbe dato qualche spoglio, e per cominciare le regal un paio di vecchie scarpe del marito perch quelle che Ctera portava, proprio non stavano pi insieme.
Bisogn cominciare a insegnarle perfino a tenere la scopa in mano e non fu impresa facile perch appena la padrona voltava l'occhio Ctera afferrava uno spazzolino di saggina e chinata in terra voleva pulire i pavimenti in quel modo. Era cos selvatica che Giuditta e Guido, scherzando fra loro, la battezzarono Sterpaccio.
In quanto al mangiare aveva il suo gusto: minestra, pietanza, contorno, perfino il dolce, se c'era in qualche grande occasione, tutto era radunato dalla ragazza, messo in una pentola d'acqua calda, condito con un buon pizzico di pepe e divorato una volta al giorno.
Preferiva anche dormire seduta su una sedia bassa presso il fornello - che forse le ricordava il camino della sua baita - con lo scaldino sotto le gonne e il rosario fra le dita; certe volte l'alba la trovava cos se la padrona non l'aveva sorpresa e costretta con quattro urlacci a stendersi sulla branda nello sgabuzzino senza finestra.
Era un po' testarda e di poche parole, ma allorch nella casa arriv il bel maschietto Ctera se lo prese fra le braccia, e fu come se la tenerezza le avesse ammorbidita la voce e irraggiati gli occhi di luce, quando esclam:
- Madonna benedetta! Pare un pane di burro, questa gioia di Ctera sua!
A poco a poco s'era un po' dirozzata: teneva pi ravviato il crocchino appuntato in cima alla testa e aveva appiccicato un pezzetto di trina al giubbetto grigio delle feste tutto chiuso fino al collo da una fila di bottoncini gialli e con le maniche che le lasciavano scoperto il polso ossuto. Dopo qualche mese anche come servizio se la cavava bene e la padrona era contenta, per quanto con lei non facesse che brontolare. Raccoglieva, mettendoli con molta cura in una scatola vuota da cerini, tutti i francobolli usati che poteva avere. Ogni tanto scriveva agli zii dando e chiedendo le notizie e scriveva pure a Giovanni il taglialegna che le aveva promesso di sposarla se fossero riusciti una volta o l'altra a mettere insieme qualche soldo almeno per comprarsi il letto.
Con questa speranza era venuta a servire. Dopo aver scritto le lettere faceva l'indirizzo complicato con la sua scrittura goffa e infantile, poi, con la chiara d'uovo vi appiccicava fino a che ve ne stessero, tutti i francobolli usati, convinta - nonostante il parere contrario dei padroni - che tanti vecchi valessero uno nuovo; e gettava la lettera nella cassetta postale.
Gli zii rispondevano quasi regolarmente con la perpetua lamentela della miseria e degli acciacchi, ma Giovanni dopo una volta non si fece pi vivo, e nemmeno gli zii le scrissero nulla in proposito, per quanto lei ne chiedesse sempre.
E allora, al principio della primavera, fu presa da una gran melanconia, e giorno e notte pensava alla montagna. Mangiava poco ed era anche pi taciturna.
Talvolta per ore ed ore, ad intervalli, sfaccendando o cullando il bambino, cantava con una nenia triste sempre il medesimo ritornello:
Pi di trecento lettere
t'ho scritto e t'ho mandato
tu m'hai dimenticato
e tu non pensi a me.
E intanto le lacrime le cadevano e nemmeno se n'avvedeva. Un giorno disse:
- Padrona, voglio andare a casa.
- A che fare? A morire di fame? Sei pazza?
Allora! Sterpaccio tacque per una settimana, poi una volta si mise a piagnucolare:
- Mi sento male! Un dolore qui, un dolore qui - e si alzava la gonnella; la calza di grosso cotone turchino ciondolava, stretta da un legaccio sotto il ginocchio, che - diceva - le faceva male. Zoppicava, si trascinava quasi, ma qualcuno rifer a Giuditta che per via, appena svoltata la cantonata, Sterpaccio si metteva a correre e pareva che avesse le ali ai piedi. Bisogn lasciarla partire e per un pezzo non si seppe pi nulla di lei.
...
Arriv al paese giusto un mese dopo che Giovanni s'era sposato con una che gli aveva portato un po' di dote, e gli zii le dissero che lui aveva fatto bene a lasciarla, perch insieme non potevano fare che la societ della miseria. Ma la tennero l'estate, ch da muoversi c'era in quel pezzetto di terra ingrata; loro erano vecchi, e con poca forza e toccava a lei giovane a lavorare.
Per quando vennero i primi freddi e altro non c'era che starsene con le mani in mano accanto al fuoco, le fecero capire che quelle quattro patate raccolte sarebbero bastate appena a sfamare loro due, e che il meglio per tutti era che andasse di nuovo a servire in citt.
E una sera sull'imbrunire, Giuditta tornando di fuori con Poldino in braccio la trov accoccolata sulla soglia di casa.
Era venuta col fagottello delle sue robe, un sacchetto di funghi e castagne secche da regalare alla padrona che forse le avrebbe perdonato di averla lasciata e l'avrebbe ripresa.
- Padrona, non vado pi via - disse. - Io qui lavoro e mangio, e quando Poldino si sposa, vado con lui.
E poich la padrona faceva finta di essere un po' incerta Ctera le tolse Poldino di braccio dicendo:
- Stasera ti mette a fare la nanna Ctera tua.
La vita riprese cos. Non scrisse pi agli zii, e non voleva nemmeno ricordarsi della montagna. Se le veniva in mente, cercava di scacciare questo pensiero, per non soffrire.
Ripensando la vita di stenti con la madre, - poich il padre non l'aveva conosciuto - e il poco mangiare e le molte busse, ora le pareva d'essere in paradiso. E c'era Poldino che la chiamava Tata e voleva stare pi con lei che con la mamma.
A volte le venivano come dei rigurgiti d'amarezza per i triboli del passato. Come mai sua madre l'aveva fatta tanto soffrire costringendola, ragazza di sedici anni, a farsi tagliare le lunghe e belle trecce da quell'uomo che ne faceva incetta per venderle in citt, in cambio di un po' di stoffa di cotonina color vino a stellette bianche?
Certe volte per, la madre mostrava anche di volerle bene e allora le diceva sospirando:
- Tu pure piangerai, e quanto, poverina! - e nel dire cos si asciugava gli occhi.
Poi, quando Ctera rimase sola, e il cuore le si torceva dal dolore e tutto era incerto e oscuro, ripensando alle parole della donna ne riudiva la voce lacrimosa:
- Tu pure piangerai, e quanto, poverina!
Ma questo ricordo le era quasi una consolazione perch ragionava:
- La mamma che mi diceva che avrei sofferto soffr il doppio di me.
E allora si rassegnava.
Col tempo la padrona, era divenuta malaticcia e nervosa. Sgridava per un nonnulla Ctera e il figliuolo. Una volta l'aveva battuto perch s'era sporcato il vestito e Ctera si ribell.
Per quanto avesse ormai quattro anni e fosse grande e grosso se lo prese in braccio, infil l'uscio di casa, e via.
I padroni ebbero un bell'aspettarla a mezzogiorno. Aveva comprata una pagnotta e dal Moro che girava col suo carretto gridando "Albicocche, ciliege, susine e pere" un cartoccio di frutta, ed erano andati fuori di porta a far colazione sui prati.
- Oggi siamo signori, Poldino, non si lavora e ci si spassa, e a casa si torna stasera quando i nervi sono passati.
Se la padrona avesse battuto lei, pazienza, ma Poldino, no, ecco, Poldino non si doveva toccare. Ctera e il bambino si volevano un gran bene.
- Chi me lo avvezza male,  quella strega - diceva Giuditta quando il figliuolo le si ribellava, sicuro di trovare tutta la protezione nella serva.
- Ctera - le diceva - voglio un trenino. Me lo compri?
E Ctera a comprare il trenino, e i soldatini e la cioccolata. Ogni giorno ci doveva essere una cosa bella per Poldino suo; il salario se ne andava quasi tutto cos, ma lei era felice. Quando il ragazzo cominci ad andare a scuola, lo accompagnava e lo andava a riprendere tenendolo stretto per mano, orgogliosa di quella bella creatura, come se fosse stata sua.
Un compagno, un giorno, si mise a canzonare Ctera.
- Dio quanto  brutta la tua serva! Pare uno spaventapasseri!
Il fanciullo rispose:
- Non  la mia serva,  la mia Ctera. Brutto sarai tu.
E gli sferr un calcio.
...
Poi, Poldino che era troppo bello, intelligente e caro mor in pochi giorni di meningite.
Ctera non si scost mai dal letto fissandolo con occhi trepidi di folla. Lo lav, lo vest, lo mise nella cassa con tutti i suoi balocchi e l'accompagn al camposanto.
Non disse una parola, non vers una lacrima. Sembrava divenuta pi piccola, pi curva.
I padroni tornati nella casa vuota l'attesero inutilmente.
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FINE.